La 95ª Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba chiude nel segno del “Profondo Rispetto”

Si è conclusa l’8 dicembre, dopo nove settimane di programmazione diffusa, la 95ª Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, riaffermando il proprio ruolo di manifestazione enogastronomica più lunga e strutturata d’Italia e tra le più riconosciute a livello internazionale.
Un’edizione che ha celebrato anche un anniversario simbolico — i 35 anni dell’Associazione Nazionale Città del Tartufo — e che ha scelto come filo conduttore il tema del “Profondo Rispetto”, trasformando il tartufo in chiave di lettura etica, culturale e ambientale del territorio.

Numeri e pubblico: una fiera sempre più globale

I dati confermano la solidità del format: circa 90.000 ingressi al Mercato Mondiale del Tartufo, in lieve crescita rispetto all’edizione precedente, e una presenza complessiva di visitatori provenienti da 70 Paesi.
Particolarmente significativo il dato relativo alle attività esperienziali, che nel 2025 hanno registrato una partecipazione straniera pari al 70%, a dimostrazione di una capacità di attrazione internazionale non solo turistica, ma culturale e professionale.

Alba si è così confermata non soltanto come luogo di commercializzazione del Tuber magnatum Picco, ma come hub narrativo e culturale, capace di estendere la Fiera a borghi, castelli, musei, teatri e paesaggi UNESCO, costruendo un racconto territoriale coerente e riconoscibile.

Un’edizione che parte dalla comunità

Il tradizionale Capodanno del Tartufo, celebrato il 30 settembre con la “Notte del debutto”, ha segnato simbolicamente l’avvio della stagione di cerca in Piemonte, coinvolgendo trifolao e tabui di Langhe, Roero e Monferrato in un momento di forte valore identitario.
L’apertura alla comunità — con Open Day, incontri pubblici e iniziative culturali — ha ribadito la volontà dell’Ente Fiera di mantenere saldo il legame con il tessuto locale, pur in una dimensione sempre più globale.

Sostenibilità e dimensione internazionale

Uno dei passaggi più rilevanti dell’edizione 2025 è stato senza dubbio la firma del Memorandum d’Intesa triennale tra l’Ente Fiera di Alba e UNITAR (Nazioni Unite), avvenuta in occasione dell’inaugurazione ufficiale.
Un accordo che proietta la Fiera in una dimensione sovralocale, collegando il territorio albese a progetti globali su biodiversità, educazione, sicurezza alimentare e valorizzazione culturale, rafforzando il posizionamento del tartufo come simbolo di sostenibilità e responsabilità.

Il Mercato del Tartufo e la qualità certificata

Cuore operativo della manifestazione, il Mercato Mondiale del Tartufo ha continuato a rappresentare un unicum a livello internazionale per trasparenza, autenticità e garanzia qualitativa, grazie al presidio dei Giudici di Analisi Sensoriale del Centro Nazionale Studi Tartufo.
Accanto al Mercato, la rassegna Albaqualità ha messo in luce le eccellenze agroalimentari piemontesi, rafforzando il dialogo tra tartufo e filiere locali d’eccellenza.

Esperienze gourmet, vino e alta gastronomia

Grande successo per i Cooking Show della Sala Beppe Fenoglio, sempre sold out, con la partecipazione di chef di rilievo nazionale e internazionale, affiancati dagli studenti di Alba Accademia Alberghiera.
Si è consolidato inoltre il progetto Taste Lab – Castello di Roddi, con cene, corsi e format esperienziali come il “Tramonto Gourmet”, mentre le Cene Insolite hanno portato l’alta cucina sul palco del Teatro Sociale “Busca”.

Di rilievo anche il progetto Truffle and Wine, sviluppato insieme ai principali consorzi vitivinicoli del territorio, e l’asta Barolo en Primeur al Castello di Grinzane Cavour, momento di valorizzazione enologica ad alto profilo culturale.

L’Asta Mondiale del Tartufo: valore economico e solidarietà

La XXVI Asta Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba ha confermato la propria vocazione filantropica e internazionale, collegando Alba a metropoli globali come Hong Kong e Rio de Janeiro.
Il primo lotto, battuto a 110.000 euro, ha contribuito a un incasso complessivo di 502.000 euro, destinato a progetti benefici internazionali, rafforzando l’immagine della Fiera come evento capace di coniugare eccellenza e responsabilità sociale.

Cultura, folklore e identità

Accanto alla dimensione gastronomica, la Fiera ha rinnovato il proprio rapporto con il folklore cittadino: dalla Giostra delle Cento Torri al Palio degli Asini, dal Baccanale dei Borghi al Festival della Bandiera, Alba si è trasformata in un grande palcoscenico identitario.
Importante anche il programma culturale, con mostre, conferenze e incontri dedicati al paesaggio, alla sostenibilità e al patrimonio UNESCO di Langhe, Roero e Monferrato.

Alba, capitale culturale del tartufo

La 95ª Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba si chiude con un bilancio solido e una visione chiara: il tartufo non è solo prodotto, ma chiave culturale, ambientale ed economica per interpretare il territorio.
L’edizione 2025 ha dimostrato come una fiera storica possa rinnovarsi senza perdere identità, rafforzando il proprio ruolo di modello internazionale per la valorizzazione del tartufo e delle comunità che lo custodiscono.
Un appuntamento che continua a dettare standard, non solo nel mondo del tartufo, ma nel più ampio panorama delle manifestazioni enogastronomiche europee.

Gare, raduni e prove di lavoro: il programma sportivo C.I.L. 2026

Il programma sportivo 2026 del C.I.L. si presenta ricco e articolato, con un calendario che attraversa gran parte del territorio nazionale e alterna raduni di razza, prove di lavoro di tipo A e B, competizioni con CACIT e appuntamenti validi per i campionati sociali e regionali.

Il calendario, precisano gli organizzatori, è ancora provvisorio e potrà subire variazioni nel corso dell’anno, ma offre già un quadro completo delle principali tappe agonistiche previste.

Un elemento fondamentale per i partecipanti riguarda la validità delle manifestazioni.
Gli eventi organizzati direttamente dal C.I.L. sono validi ai fini dei campionati sociali e regionali e i relativi risultati saranno pubblicati sui canali ufficiali del C.I.L.
Al contrario, gli eventi non organizzati dal C.I.L., pur essendo riconosciuti a livello cinofilo, non sono validi per i campionati C.I.L.: in questi casi i risultati saranno consultabili sulle piattaforme ENCI-show ed ENCI-prove.

Il programma si apre a gennaio con il tradizionale Trofeo Babini – Trofeo Zini, per poi proseguire con una serie di raduni e prove di lavoro distribuite tra Nord, Centro e Sud Italia. Spiccano appuntamenti di rilievo come le prove con CACIT, i raduni regionali e il doppio evento autunnale di Bagno di Romagna, che rappresenta uno dei momenti centrali della stagione.

Il tartufo non è un prodotto, è una cultura – editoriale

*di Pietro Guida

C’è un equivoco di fondo che accompagna il tartufo da anni, e che oggi rischia di diventare irreversibile: considerarlo solo un prodotto. Un bene alimentare di pregio, una voce di listino, un prezzo al chilo. Tutto vero, ma profondamente incompleto.
Il tartufo, prima ancora di essere merce, è cultura.

È cultura perché nasce da un equilibrio delicatissimo tra suolo, alberi, acqua, stagioni e silenzio. Non si coltiva come una pianta, non si forza come una produzione industriale. Esiste solo se il territorio è sano. Per questo è stato spesso definito una “sentinella naturale”: quando il tartufo scompare, il bosco ha già iniziato a parlare da tempo.

È cultura perché vive di gesti antichi. Il cercatore che esce all’alba, il cane addestrato con pazienza, il rispetto dei tempi, delle regole non scritte, dei confini del bosco. Non è folklore, è sapere tramandato. Un sapere che non sta nei manuali, ma nella memoria delle comunità rurali, nei racconti, nelle abitudini che si ripetono ogni anno, uguali e diverse.

È cultura perché ha un linguaggio suo. La stagione del tartufo scandisce il calendario di interi territori, orienta feste, fiere, incontri, economie locali. In molti borghi dell’Italia interna, il tartufo non è un evento: è un ritmo. Un’attesa condivisa che dà senso al tempo, che tiene insieme persone, famiglie, generazioni.

Eppure, oggi, questo patrimonio rischia di essere ridotto a immagine. A profumo artificiale, a marketing aggressivo, a consumo rapido. Il tartufo diventa attrazione turistica, slogan, brand. Nulla di sbagliato nel promuovere, ma tutto è sbagliato quando la promozione diventa consumo e il consumo diventa sfruttamento. Quando il bosco è visto come scenografia e non come organismo vivo.

Difendere il tartufo significa allora difendere molto di più di un’eccellenza gastronomica. Significa difendere un’idea di territorio, di lentezza, di limite. Significa accettare che non tutto si può produrre, replicare, accelerare. Che alcune ricchezze esistono solo se vengono rispettate.

In un tempo che misura tutto in termini di resa immediata, il tartufo ci ricorda una verità scomoda ma necessaria: ciò che ha più valore è spesso ciò che non si può controllare del tutto.
Ed è proprio per questo che va custodito.

Non come un prodotto qualsiasi, ma come ciò che è davvero: una cultura viva, fragile, profondamente italiana.

La quotazione del tartufo a fine 2025: prezzi, qualità e tendenze del mercato

Il 2025 si chiude con un mercato del tartufo che conferma gerarchie storiche, differenze di valore nette tra le specie e una crescente attenzione alla qualità, alla pezzatura e all’origine certificata. Il tartufo resta un prodotto simbolo dell’eccellenza gastronomica italiana, fortemente legato al territorio e sempre più percepito come bene raro, naturale e non replicabile.

Al vertice assoluto si colloca, ancora una volta, il Tartufo Bianco d’Alba (Tuber Magnatum Pico), raccolto esclusivamente in Piemonte nei territori delle Langhe, del Roero e del Monferrato. Non coltivabile e definito da molti come una vera “sentinella del territorio”, il Bianco d’Alba mantiene quotazioni elevate anche a fine 2025, spinte dalla domanda internazionale e dalla limitata disponibilità naturale. Il profumo intenso, la polpa chiara solcata da sottili venature e l’utilizzo rigorosamente a crudo ne fanno il tartufo più ambito dai gourmet di tutto il mondo.

Accanto al Bianco, il Tartufo Nero Pregiato (Tuber Melanosporum Vittadini) si conferma il protagonista della cucina internazionale invernale. Pur avendo un valore economico inferiore rispetto al Magnatum, resta il più pregiato tra i tartufi neri, apprezzato per la sua versatilità e per l’aroma che si esprime con forza anche dopo la cottura. Le quotazioni di fine 2025 mostrano una buona stabilità, segno di un mercato maturo e costante.

Diversa la posizione del Tartufo Nero Estivo (Tuber Aestivum Vittadini), che occupa una fascia di mercato più accessibile. Le quotazioni, più contenute, lo rendono un prodotto ampiamente utilizzato nella ristorazione e nella trasformazione, soprattutto nei mesi estivi e autunnali.

Infine, il Tartufo Bianchetto (Tuber Borchii Vittadini), pur presente nei calendari di raccolta, non registra quotazioni significative nel listino di riferimento a fine 2025, rimanendo fuori dal mercato di alta gamma.

TABELLA

Uno sguardo conclusivo

A fine 2025 il mercato del tartufo conferma una tendenza chiara: il valore cresce con la rarità, la qualità e il legame con il territorio. Il Tartufo Bianco d’Alba resta un prodotto quasi “sacro” per l’alta cucina, mentre il Nero Pregiato continua a rappresentare un equilibrio tra prestigio e utilizzo gastronomico. Il Nero Estivo consolida il suo ruolo di tartufo “democratico”, mentre il Bianchetto rimane ai margini del mercato di pregio.

Un quadro che racconta non solo prezzi, ma una cultura antica, fatta di stagioni, silenzi nei boschi e rispetto profondo per la terra.

L’Aquila capitale del tartufo: bilancio e prospettive della 4ª Fiera Internazionale dei Tartufi d’Abruzzo

Dal 28 al 30 novembre L’Aquila ha ospitato la quarta edizione della Fiera Internazionale dei Tartufi d’Abruzzo, un appuntamento che, edizione dopo edizione, sta cercando di consolidare il ruolo della regione come territorio tartufigeno strutturato, non solo ricco di risorsa naturale ma capace di esprimerne valore culturale, gastronomico ed economico.

L’evento, ospitato nel cuore del capoluogo abruzzese, ha rappresentato un banco di prova importante per verificare lo stato di maturazione del progetto “tartufo Abruzzo”: meno vetrina promozionale indistinta e più piattaforma di confronto tra filiera, istituzioni, cucina e trasformazione di qualità.

Il ruolo dell’ARAP e la regia istituzionale

Elemento centrale dell’organizzazione è stato il contributo dell’ARAP – Agenzia Regionale delle Attività Produttive, chiamata a svolgere un ruolo di coordinamento che va oltre la semplice logistica fieristica. La presenza dell’Agenzia ha dato un’impostazione più chiaramente orientata allo sviluppo di filiera, con l’obiettivo dichiarato di accompagnare il tartufo abruzzese verso mercati nazionali e internazionali con strumenti più strutturati rispetto al passato.

In questo quadro si inserisce l’azione dell’assessore regionale Emanuele Imprudente, che ha ribadito la centralità del tartufo come asset strategico dell’agroalimentare abruzzese. Un posizionamento che, al di là delle dichiarazioni, pone una questione concreta: passare dalla frammentazione produttiva a una visione condivisa, capace di coniugare tutela ambientale, redditività per i cavatori e riconoscibilità del prodotto.

La fiera ha mostrato segnali incoraggianti in questa direzione, pur evidenziando quanto lavoro resti da fare sul piano dell’organizzazione e del racconto unitario del territorio.

I momenti clou: tra alta cucina e cultura gastronomica

Tra i momenti più riusciti dell’edizione 2024 vanno segnalati quelli in cui il tartufo è stato raccontato non come icona generica del lusso, ma come ingrediente vivo, complesso, da maneggiare con competenza.

In questa prospettiva si inserisce l’intervento dello chef William Zonfa, volto noto della cucina abruzzese contemporanea, che ha proposto una lettura del tartufo coerente con la sua visione gastronomica: rispetto della materia prima, essenzialità, equilibrio. Un approccio che ha restituito dignità tecnica all’ingrediente, sottraendolo alla retorica dell’eccesso e riportandolo al centro del piatto per ciò che è realmente.

Di particolare interesse anche il contributo di Franco Santini, che ha guidato un approfondimento dedicato ai panettoni artigianali, tema apparentemente laterale ma in realtà emblematico della trasformazione in atto. Il panettone – simbolo della tradizione dolciaria italiana – diventa terreno di sperimentazione per il tartufo, a patto che l’uso sia misurato, sensato, gastronomicamente giustificato. Un passaggio che ha stimolato una riflessione più ampia sul rapporto tra tradizione, innovazione e moda.

Oltre l’evento: quale futuro per il tartufo abruzzese

La quarta edizione della Fiera Internazionale dei Tartufi d’Abruzzo ha confermato che il potenziale c’è, così come la volontà istituzionale di investire su questo comparto. La sfida, ora, è evitare che la manifestazione resti un appuntamento autoreferenziale e farla diventare sempre più un luogo di sintesi e di indirizzo, capace di incidere realmente sul posizionamento del tartufo abruzzese nel panorama nazionale.

Meno enfasi sui numeri e più attenzione alla qualità dei contenuti, meno celebrazione e più progettualità: è probabilmente questa la strada per trasformare una fiera in uno strumento duraturo di crescita territoriale.

Il tartufo nel panettone: esercizio di stile o nuova frontiera gastronomica?

Se c’è un territorio in cui il tartufo è ingrediente identitario, difficilmente lo si associa alla pasticceria lievitata delle feste. Il panettone, simbolo per eccellenza della tradizione dolciaria natalizia italiana, nasce e vive su equilibri delicatissimi: burro, zucchero, fermentazioni lunghe, profili aromatici rassicuranti. Inserire il tartufo in questo contesto significa muoversi su un crinale sottile, dove il rischio di forzatura è sempre dietro l’angolo.

Eppure, proprio la 4ª Fiera Internazionale dei Tartufi d’Abruzzo, svoltasi all’Aquila a fine novembre, ha offerto lo spunto per una riflessione interessante: quando l’uso del tartufo esce dalla logica dell’effetto speciale e diventa progetto gastronomico consapevole, anche un dolce iconico come il panettone può trasformarsi in terreno di sperimentazione credibile.

Anzellotti: due ori abruzzesi nello stesso impasto

Il panettone firmato dal maestro pasticcere Anzellotti nasce con un intento chiaro e dichiarato: celebrare i vent’anni della DOP dello Zafferano dell’Aquila, mettendo in dialogo due eccellenze regionali – zafferano e tartufo – all’interno di uno dei simboli più riconoscibili della pasticceria italiana.

L’operazione è ambiziosa, ma sorretta da una costruzione tecnica solida. Lo zafferano entra nell’impasto non come semplice colorante o suggestione, ma come ingrediente strutturante, capace di conferire una tonalità dorata intensa e un profilo aromatico elegante, mai invasivo. Il risultato è un panettone visivamente prezioso, ma soprattutto coerente sul piano gustativo.

La scelta più audace è la canditura del tartufo, ottenuta attraverso un processo di osmosi che ne trasforma la componente acquosa, rendendolo compatibile con la dolcezza dell’impasto senza snaturarne del tutto la personalità. Il tartufo non sovrasta, ma dialoga: le sue note terrose trovano un contrappunto nella speziatura dello zafferano e nella dolcezza misurata del lievitato.

Il profilo aromatico resta complesso ma leggibile: burro, lievito madre e vaniglia fanno da base, lo zafferano aggiunge profondità e una sfumatura floreale, il tartufo emerge in modo discreto, più olfattivo che gustativo. La finitura in oro alimentare chiude il cerchio simbolico, sottolineando il valore degli ingredienti senza scivolare nella pura ostentazione.

Genny Varallo e il coraggio del contrasto

Di segno diverso, ma non meno interessante, il panettone “Profumi del Bosco” realizzato dalla pasticcera Genny Varallo. Qui l’approccio è più dichiaratamente sperimentale, quasi provocatorio: frutti di bosco, tartufo nero abruzzese e cioccolato fondente convivono in un impasto che punta tutto sul gioco dei contrasti.

L’acidità dei frutti rossi, la profondità amara del fondente e la nota terrosa del tartufo costruiscono un profilo aromatico che esce deliberatamente dai canoni tradizionali del panettone. Non è un dolce “rassicurante”, né pretende di esserlo. La rifinitura con cremino al cioccolato e cacao in polvere accentua ulteriormente il carattere boschivo e scuro del prodotto.

Dal punto di vista tecnico, la gestione della lievitazione è fondamentale per evitare che la complessità degli ingredienti comprometta l’equilibrio finale. Il risultato è un panettone che si rivolge a un pubblico preciso: consumatori curiosi, abituati a leggere il cibo come esperienza sensoriale e non come semplice conforto natalizio.

Oltre la moda: senso e misura

I panettoni al tartufo presentati alla Fiera dell’Aquila dimostrano che l’incontro tra questo ingrediente e la pasticceria delle feste può avere senso, a patto che sia guidato da competenza tecnica, visione e misura. Il tartufo non è un aroma universale né facilmente addomesticabile: richiede rispetto e consapevolezza.

Quando l’operazione è pensata – come nei casi di Anzellotti e Varallo – il panettone smette di essere un pretesto e diventa racconto territoriale, esercizio di stile ben calibrato, talvolta anche sfida culturale. Resta inteso che non si tratta di prodotti destinati a un consumo di massa, ma di interpretazioni che ampliano il linguaggio della pasticceria contemporanea.

Ed è forse proprio questo il merito più interessante emerso dalla fiera abruzzese: aver dimostrato che il tartufo, se usato con intelligenza, può spingersi ben oltre i confini consueti della cucina salata, senza perdere identità né dignità gastronomica.

Allarme in Basilicata: avvelenamenti di cani da tartufo, cresce la tensione tra i cercatori

La comunità dei tartufai lucani è in allerta dopo i recenti avvelenamenti di due cani da tartufo a Roccanova, nel Potentino. Gli episodi, avvenuti nelle ultime settimane, sono stati denunciati dall’Associazione Tartufai del Serrapotamo, che ha espresso “profonda indignazione” e ha chiesto alle autorità un intervento immediato per individuare i responsabili.

Secondo quanto riportato dalla stampa locale, i due animali sarebbero morti dopo aver ingerito sostanze tossiche durante le normali uscite di ricerca. Non sono ancora state diffuse informazioni ufficiali sulla natura del veleno o sull’esatta dinamica, ma gli indizi fanno pensare a esche volontariamente posizionate nei boschi.

L’associazione ha parlato di “atti gravissimi”, sottolineando come colpire i cani da tartufo significhi intaccare il cuore stesso della tradizione tartufaia, che in Basilicata rappresenta un patrimonio culturale oltre che economico. I tartufai locali temono che gli avvelenamenti possano essere collegati a forme di competizione scorretta, una problematica non nuova nel settore e già registrata, negli anni, in diverse regioni italiane.

A livello regionale, nelle ultime stagioni non sono mancati allarmi e segnalazioni di bocconi sospetti in aree boschive frequentate dai cercatori. Pur senza conferme istituzionali sistematiche, questi segnali hanno alimentato il clima di tensione e la richiesta, sempre più diffusa, di controlli più capillari.

Il fenomeno dei cani da tartufo avvelenati non riguarda solo la Basilicata e continua a mettere in difficoltà un intero comparto. In Italia mancano ancora norme specifiche e uniformi dedicate alla protezione dei cani da tartufo e alla prevenzione delle esche tossiche nei boschi, lasciando il compito di vigilanza principalmente alle forze dell’ordine locali, ai Carabinieri forestali e alle associazioni di settore.

I cercatori lucani chiedono ora che l’episodio di Roccanova non resti isolato nelle cronache e che diventi invece l’occasione per rafforzare la sicurezza nei territori di raccolta. “Difendere i cani significa difendere il nostro lavoro e il nostro territorio” è il messaggio lanciato dalle associazioni.

In attesa degli esiti delle indagini, la raccomandazione ai tartufai è una sola: massima vigilanza durante le uscite e segnalare immediatamente alle autorità qualsiasi anomalia nel territorio.

News al tartufo

A Codigoro nasce la scuola per tartufai

Una nuova era per la valorizzazione del patrimonio locale si apre a Codigoro. Grazie a una convenzione decennale siglata tra il Comune, la Regione Emilia-Romagna e l’Associazione Nazionale Tartufai, sta per prendere vita una vera e propria scuola dedicata all’arte della cerca del tartufo. L’iniziativa, fresca di approvazione a dicembre 2025, rappresenta un passo significativo per promuovere il territorio, attirare turismo specializzato e diffondere la cultura del prezioso tubero.

Il progetto ha obiettivi ambiziosi: non solo formare nuovi tartufai professionisti e appassionati, ma anche sensibilizzare le giovani generazioni, le scuole e le famiglie sul rispetto dell’ambiente e sulla tradizione locale. L’amministrazione comunale ha identificato e messo a disposizione un’area specifica di quattro ettari, situata strategicamente tra l’ex complesso Enaoli e la zona a nord del Bosco Spada. Questo terreno fungerà da campo base per l’addestramento pratico e le lezioni didattiche.

Al momento, l’iniziativa è nella sua fase embrionale e non sono ancora stati diffusi dettagli specifici riguardo a date di inizio dei corsi, orari o costi di iscrizione. Si attende che i partner coinvolti definiscano il calendario delle attività. Per restare aggiornati sugli sviluppi e sulle future opportunità formative, si consiglia di monitorare i canali ufficiali del Comune di Codigoro e dell’Associazione Nazionale Tartufai.

♦ Maxi tartufo da record a Pisa: il “re” del bosco diventa solidarietà a Firenze

La stagione del tartufo in Toscana segna un nuovo e importante primato. I boschi di Forcoli, in provincia di Pisa, hanno regalato un esemplare eccezionale di bianco pregiato. La bilancia si è fermata a quota 707 grammi. Si tratta del ritrovamento più imponente registrato finora nella regione per l’annata in corso. A scovare il prezioso tubero è stato Luciano Savini. L’esperto tartufaio ha definito la scoperta un’emozione rara e un vero dono del territorio, capace di stupire anche chi frequenta i boschi da una vita.

Il viaggio del maxi tartufo è stato breve ma significativo. Dal sottobosco pisano è giunto in poche ore nel cuore di Firenze. La cornice è stata quella esclusiva del Four Seasons Hotel a Palazzo della Gherardesca. Qui si è svolto il gala “The Reds & the White Charity Dinner”. Il tartufo è stato il protagonista assoluto della serata, attirando l’attenzione di appassionati e collezionisti in un contesto di alta eleganza.

L’asta benefica ha acceso l’entusiasmo dei presenti. Il martelletto ha sancito l’aggiudicazione per la cifra finale di 2.600 euro. L’intera somma ha subito trovato una destinazione nobile. I fondi sono stati devoluti alla Fondazione Milano25. La onlus, guidata dalla nota “Zia Caterina”, supporta quotidianamente i bambini oncologici e le loro famiglie. Il progetto nasce dall’esperienza del celebre taxi colorato, divenuto negli anni un simbolo concreto di accoglienza, educazione e speranza per i piccoli pazienti.

♦ Controlli notturni nei boschi di Urbino: multe e tesserini ritirati ai tartufai irregolari

Giro di vite dei Carabinieri Forestali a tutela del tartufo bianco pregiato. A metà novembre, e a metà della stagione di raccolta, i militari hanno intensificato la vigilanza nelle aree più vocate della provincia. L’obiettivo è contrastare i comportamenti illeciti che danneggiano l’ecosistema e garantiscono vantaggi sleali.

L’operazione più recente è scattata alle prime luci dell’alba in località Montecalende, nel territorio di Urbino. Erano le 4.45 del mattino quando la pattuglia del Nucleo Forestale ha individuato due persone in piena attività di ricerca. I cercatori stavano operando in orario notturno, violando apertamente i limiti temporali imposti dalla legge regionale n. 5/2013 per la protezione delle tartufaie.

Pochi giorni prima un altro episodio aveva interessato le Foreste Demaniali di Monte Vicino, nel comune di Sant’Angelo in Vado. In questo caso a intervenire sono stati i militari della stazione di Mercatello sul Metauro. Durante il controllo hanno sorpreso un cavatore che utilizzava tre cani contemporaneamente. La normativa vigente, all’articolo 8, pone il limite tassativo all’utilizzo di soli due animali ausiliari per evitare un impatto eccessivo sul terreno.

Per i trasgressori il conto è salato. In entrambi gli episodi sono state elevate sanzioni amministrative di 600 euro. Oltre alla multa, è scattato il ritiro immediato del tesserino abilitativo. L’Unione Montana Alta Valle del Metauro, autorità competente, procederà ora con la sospensione dell’autorizzazione alla raccolta per un periodo che varierà da uno a due anni. Il gruppo Carabinieri Forestale di Pesaro e Urbino ha ribadito la necessità di questi interventi. Il rispetto delle regole non è solo un obbligo formale, ma serve a preservare le “pasture”.

Il tartufo al centro della strategia regionale delle Marche: ecco tutte le novità

La Regione Marche scommette sul tartufo come volano per la qualità della vita e l’economia del territorio. L’aggiornamento per il 2025 del Programma Triennale 2024/2026 prevede specifiche azioni di sostegno alla produzione tartuficola. L’iniziativa rientra nel quadro della legge regionale n. 23 del dicembre 2023, approvata con la delibera n. 1025.

La normativa punta a valorizzare le Marche come “terra del benessere”. L’obiettivo è orientare l’offerta turistico-ricettiva verso la sostenibilità, esaltando le bellezze naturali e la tutela ambientale. La strategia adotta un approccio integrato e interdisciplinare. Vengono coinvolti settori trasversali come l’alimentazione, la salute, la cultura e il turismo. In questo contesto la tartuficoltura assume un ruolo strategico, specialmente per il rilancio economico delle aree interne.

La vocazione del territorio è confermata dai numeri. Nelle Marche è possibile trovare tartufi tutto l’anno, con la presenza di tutte le specie pregiate commercializzabili in Italia. I tartufai stimati sono oltre 12.000, pari allo 0,8% della popolazione regionale. Si tratta di uno dei dati più alti a livello nazionale. Le attività si concentrano in due grandi poli: a sud nelle aree interne del Piceno e del fermano, a nord nella provincia di Pesaro Urbino tra la Valmetauro e il Montefeltro.

La superficie coltivata stimata non è inferiore ai 1.600 ettari. A questi si aggiungono le tartufaie naturali e controllate. La produzione commercializzata si attesta sulle 50 tonnellate annue, di cui quasi la metà è costituita da tartufo bianco pregiato. Il valore commerciale derivato dall’indotto supera i 6 miliardi di euro.

La regione vanta anche un primato storico. La moderna tartuficoltura nasce qui con il primo impianto “coltivato” del 1932. Successivamente, negli anni Cinquanta e Sessanta, l’ispettore forestale Mannozzi Torini realizzò numerose tartufaie, dimostrando l’idoneità pedoclimatica del suolo marchigiano.

Oggi il supporto tecnico è garantito dall’Agenzia regionale AMAP. L’ente gestisce i centri di tartuficoltura di Amandola e Sant’Angelo in Vado. Queste strutture collaborano con le Università per studiare le specie e monitorare le dinamiche di crescita in relazione ai cambiamenti climatici. L’AMAP gestisce inoltre due vivai specializzati. Qui vengono prodotte oltre 10.000 piante micorizzate all’anno, utilizzando esclusivamente materiale vegetale e fungino autoctono per garantire la qualità delle future tartufaie.

Editoria al tartufo “Pico. Storie di un giovane tartufo”

Per una volta il tartufo abbandona le pagine dei manuali tecnici e diventa il cuore di una fiaba. Arriva in libreria “Pico. Storie di un giovane tartufo“, la nuova pubblicazione edita da White Star. Il volume del 2025 si presenta in formato cartonato ed è pensato per avvicinare i giovanissimi lettori al mondo della natura attraverso una narrazione fantastica.

Il protagonista non è un tubero qualunque. Pico si distingue per la sua curiosità, il suo spirito d’avventura e un profumo decisamente intenso. Attraverso un suggestivo viaggio sotterraneo, il personaggio racconta in prima persona la sua vita nascosta tra le radici degli alberi. La narrazione svela ai bambini i segreti più affascinanti dei tartufi, spiegando dove crescono e le ragioni che li rendono così speciali.

La storia accompagna i lettori alla scoperta di chi cerca questi tesori della terra con passione e fiuto. L’avventura si snoda tra cani esploratori, boschi misteriosi e incontri con streghe minacciose. Il libro offre un affresco fatto di natura, tradizione e meraviglia, unendo l’intrattenimento all’aspetto educativo. Si tratta di un racconto illustrato che propone un protagonista da annusare e da amare. L’età di lettura consigliata è a partire dai 5 anni.