Custodire il tartufo, custodire noi stessi – editoriale
*di Pietro Guida
C’è un filo invisibile che attraversa tutte le pagine di questo numero. Non è fatto soltanto di terra, di profumo o di mercato. È un filo più profondo, che tiene insieme identità, cultura, economia e persino coscienza. È il filo del tartufo italiano.
Lo avevamo scritto qualche mese fa: il tartufo non è un prodotto. E oggi, più che mai, questa affermazione trova conferma. Sfogliando questo numero, emerge con chiarezza come il tartufo sia diventato un punto di equilibrio – e a volte di tensione – tra tradizione e futuro.
Da una parte c’è la forza dei territori. Le Marche che investono in una strategia strutturata, Amandola che costruisce un museo, Bergamo che realizza una tartufaia comunale. Segni concreti di una consapevolezza nuova: il tartufo non è solo raccolta, ma progetto, visione, comunità.
Dall’altra parte, però, c’è anche la fragilità di questo sistema. La presa di posizione della FNATI non può essere ignorata. Quando si parla di “tartufo sotto attacco”, non si tratta di una semplice polemica, ma di un campanello d’allarme. Il rischio di banalizzazione, di svalutazione, di perdita di identità è reale. E riguarda tutti: cercatori, commercianti, istituzioni, consumatori.
In mezzo a queste due forze si colloca il mercato, che in questo numero raccontiamo attraverso il borsino aggiornato. Il tartufo bianco resta il re, ma mostra segnali di assestamento. È un dato economico, certo. Ma è anche un segnale culturale: il mercato non è mai separato dalla percezione, dalla narrazione, dal valore che siamo capaci di difendere.
E poi c’è il cambiamento. Silenzioso, ma potente. Il passaggio dal passaparola ai social, la digitalizzazione delle vendite, la necessità di raccontarsi in modo nuovo. Non è solo una questione di strumenti: è una trasformazione del linguaggio. E ogni trasformazione porta con sé una responsabilità. Raccontare il tartufo oggi significa scegliere se semplificarlo o custodirne la profondità.
In questo numero trovano spazio anche la ricerca scientifica, con lo studio sul microbioma del suolo, e le nuove regole fiscali, che cambiano il modo di raccogliere e vendere. Sono elementi che possono sembrare lontani dal bosco, ma in realtà ne determinano il futuro. Perché il tartufo vive sì nella terra, ma cresce anche dentro le regole che gli uomini costruiscono attorno a esso.
E poi ci sono le storie. Quelle che danno senso a tutto. Il film sulla cerca e cavatura, la fiaccola Pro Pax a Norcia, persino il racconto di un artista come Leo Gassmann che sceglie il bosco come luogo di ispirazione. Segni diversi, ma uniti da una stessa verità: il tartufo continua a parlare all’uomo, non solo al suo palato, ma alla sua interiorità.
Infine, c’è la cinofilia. Un mondo che troppo spesso viene raccontato solo come tecnica o competizione. E invece, come emerge dal calendario che pubblichiamo, è un cammino di relazione, di fiducia, di fedeltà. Il cane da tartufo non è uno strumento. È un compagno. E in questo rapporto si riflette, in fondo, il modo in cui l’uomo sta nel mondo: con rispetto o con dominio.
Questo numero non offre risposte definitive. Non potrebbe. Ma prova a fare qualcosa di più importante: tenere insieme i pezzi. Raccontare il tartufo nella sua complessità, senza ridurlo a una moda o a una voce di bilancio.
Perché il rischio più grande, oggi, non è perdere il tartufo. È perdere il suo significato.
E allora, forse, il compito che abbiamo – come rivista, come comunità, come uomini – è semplice e difficile insieme: custodire. Custodire la terra, custodire le tradizioni, custodire la verità di ciò che il tartufo è davvero.
Non un prodotto. Ma un’eredità.










