La Regione Piemonte scende in campo per la protezione del patrimonio tartufigeno del territorio. Il Settore Foreste ha approvato l’avviso per la concessione di indennità destinate alla conservazione degli alberi produttori di tartufo. La misura rientra nell’attuazione del Piano di attività per la valorizzazione del patrimonio tartufigeno regionale per l’anno 2024. La dotazione finanziaria complessiva messa a disposizione ammonta a 379.183,72 euro.
I contributi si rivolgono ai proprietari o ai possessori di terreni situati in Piemonte. Tali fondi devono ospitare piante capaci di produrre il Tartufo Bianco d’Alba, scientificamente noto come Tuber magnatum Picco. La capacità tartufigena viene dimostrata dall’avvenuta raccolta di esemplari nell’area di sviluppo radicale della pianta negli ultimi tre anni.
L’importo massimo annuo concedibile varia in base alla specie arborea. È prevista una somma di 20,00 euro per le querce, nello specifico Farnia, Rovere, Roverella e Cerro. L’indennità si attesta a 18,00 euro per specie quali Carpini, Tigli, Pioppi e Salici. Una quota residuale di 12,50 euro è assegnata al Nocciolo, subordinatamente alle disponibilità finanziarie.
L’accesso al contributo impone precisi obblighi al richiedente. Il beneficiario deve impegnarsi a conservare le piante secondo uno specifico piano di coltura per cinque stagioni di raccolta successive alla domanda. Il proprietario è tenuto inoltre a permettere la libera ricerca e raccolta dei tartufi sui terreni dove sono radicati gli alberi oggetto dell’indennità.
Le domande dovranno essere presentate esclusivamente in via telematica tramite il servizio “Portale Tartufi”. La scadenza è fissata per il 27 gennaio 2026, 75 giorni dalla data di pubblicazione dell’avviso sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte. L’istruttoria e la verifica dei requisiti spettano alle Commissioni comunali agricoltura, integrate per l’occasione da due rappresentanti dei raccoglitori di tartufi.
La Federazione Nazionale Associazioni Tartufai Italiani (FNATI) ha chiesto al ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste di annullare una circolare esplicativa sulla commercializzazione dei tartufi coltivati. Secondo la Federazione, il documento non è “esplicativo ma interpretativo” , e l’estensore “va molto oltre i propri poteri”.
La circolare in questione farebbe riferimento alla normativa europea sui prodotti agricoli coltivati e alla nomenclatura combinata come voce doganale. Il presidente di FNATI, dott. Fabio Cerretano, sottolinea che il Regolamento (UE) 1308/2013 include il tartufo “coltivato”. A suo avviso, questa interpretazione apre a un rischio di frodi , poiché si potrebbero “raccogliere e vendere tranquillamente anche i prodotti immaturi” e il tartufo estero o raccolto illecitamente potrebbe passare per prodotto coltivato.
“Mentre in tutte le coltivazioni ortofrutticole il grado di maturazione è pressoché evidente, nel tartufo no”, ha spiegato il presidente Fnati, Fabio Cerretano, “ne discende che, secondo questa interpretazione, si possonoraccogliere e vendere tranquillamente anche i prodotti immaturi, con la conseguenza di far scadere qualitativamente un prodotto che, invece, al momento è universalmente riconosciuto come eccellenza Italiana”.
Un altro punto di forte critica riguarda la parificazione tra tartufaie controllate e tartufaie coltivate. Cerretano afferma che nelle tartufaie controllate il tartufo esiste già e il conduttore si limita a migliorarne la produttività, mentre il tartufo coltivato nasce dalla “piantumazione di piante in terreno vergine”. Per Cerretano “non esiste e non può parlarsi di “coltivazione in bosco” che è una locuzione inventata, null’altro che una cialtroneria, da chi vuole accaparrarsi una risorsa, che è libera e ha fatto grande l’Italia da almeno un millennio”.
Fnati vuole che l’Italia utilizzi i propri poteri in sede europea per difendere il tartufo e “escludere il prodotto naturale spontaneo, incluse le tartufaie controllate, dalle regole del mercato ortofrutticolo europeo”. Il tartufo viene definito come “un patrimonio materiale e immateriale (…) italiano” , e prima di essere un prodotto della terra “è un prodotto identitario culturale, sociale e turistico dell’Italia intera”. Il presidente ha aggiunto che svenderlo “a favore di pochi” sarebbe una “perdita immensa per Stato e per tutta la collettività”.
La Federazione Nazionale Associazioni Tartufai Italiani (FNATI) ha chiesto al Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste di annullare una circolare esplicativa sulla commercializzazione dei tartufi coltivati. Secondo la Federazione, il documento non è “esplicativo ma interpretativo” , e l’estensore “va molto oltre i propri poteri”.
La circolare in questione farebbe riferimento alla normativa europea sui prodotti agricoli coltivati e alla nomenclatura combinata come voce doganale. Il presidente di FNATI, dott. Fabio Cerretano, sottolinea che il Regolamento (UE) 1308/2013 include il tartufo “coltivato”. A suo avviso, questa interpretazione apre a un rischio di frodi , poiché si potrebbero “raccogliere e vendere tranquillamente anche i prodotti immaturi” e il tartufo estero o raccolto illecitamente potrebbe passare per prodotto coltivato.
“Mentre in tutte le coltivazioni ortofrutticole il grado di maturazione è pressoché evidente, nel tartufo no”, ha spiegato il presidente Fnati, Fabio Cerretano, “ne discende che, secondo questa interpretazione, si possono raccogliere e vendere tranquillamente anche i prodotti immaturi, con la conseguenza di far scadere qualitativamente un prodotto che, invece, al momento è universalmente riconosciuto come eccellenza Italiana”.
Un altro punto di forte critica riguarda la parificazione tra tartufaie controllate e tartufaie coltivate. Cerretano afferma che nelle tartufaie controllate il tartufo esiste già e il conduttore si limita a migliorarne la produttività, mentre il tartufo coltivato nasce dalla “piantumazione di piante in terreno vergine”. Per Cerretano “non esiste e non può parlarsi di “coltivazione in bosco” che è una locuzione inventata, null’altro che una cialtroneria, da chi vuole accaparrarsi una risorsa, che è libera e ha fatto grande l’Italia da almeno un millennio”.
Fnati vuole che l’Italia utilizzi i propri poteri in sede europea per difendere il tartufo e “escludere il prodotto naturale spontaneo, incluse le tartufaie controllate, dalle regole del mercato ortofrutticolo europeo”. Il tartufo viene definito come “un patrimonio materiale e immateriale (…) italiano” , e prima di essere un prodotto della terra “è un prodotto identitario culturale, sociale e turistico dell’Italia intera”. Il presidente ha aggiunto che svenderlo “a favore di pochi” sarebbe una “perdita immensa per Stato e per tutta la collettività”.
Forte stupore e una ferma presa di posizione segnano l’avvio del Gruppo Europeo dei Tartufi e dei Tartuficoltori (GETT), costituitosi formalmente a San Giovanni d’Asso (Siena) in un’alleanza per il futuro del settore. La polemica riguarda l’esclusione della Fnati (Federazione Nazionale delle Associazioni di Tartufai e Tartuficoltori Italiani) dalla tavola rotonda decisionale.
Il presidente della Fnati, Fabio Cerretano, ha inviato una nota istituzionale al presidente e ai soci del Gett, esprimendo il dissenso della Federazione. L’incontro, indetto per elaborare e stendere nuovi documenti statutari e regolamentari, non ha previsto l’invito della Fnati che rappresenta una fetta molto importante degli addetti ai lavori del mondo del tartufo.
“Come lei ben saprà, non solo fra i membri fondatori del Gett si annovera la Federazione nazionale delle associazioni di Tartufai e Tartuficoltori Italiani”, ha spiegato Cerrano nella lettera rivolta al presidente di Gett, “ma la nostra Federazione ha sempre partecipato con spirito costruttivo a tutte le assemblee”.
L’esclusione da un evento di tale portata è stata definita dai vertici di Fnati “non un modo corretto di operare”.
“Pertanto non si capisce come mai la nostra Federazione”, ha proseguito il presidente, “è stata esclusa dalla partecipazione a un evento decisionale così importante”.
Alla luce di quanto accaduto la Fnati ha chiesto formalmente di sospendere ogni azione nella seduta.
“Vi chiediamo quindi di non approntare nulla”, ha concluso il presidente Cerretano, “perchè la riterremmo una gravissima violazione dello Statuto del Gett (2008) e delle nostre prerogative in quanto soci aderenti al Gruppo Europeo Tartufi e Tartuficoltori”.
L’incontro, parte della Mostra Mercato del Tartufo Bianco delle Crete Senesi, intendeva segnare il rilancio del Gett con l’obiettivo di promuovere la ricerca e la valorizzazione del tartufo, favorendo un modello condiviso di sviluppo sostenibile tra i Paesi di coltivazione. La Fnati si augura di pervenire in via breve a un rapido chiarimento con gli organismi aderenti.
L’Oltrepò Pavese è poco lontano da Milano, fra Piemonte (provincia di Alessandria) e Emilia Romagna (provincia di Piacenza) e a sud quasi confinante con la Liguria. Deve il suo nome al fatto di trovarsi in Lombardia a sud del fiume Po. Una terra piena di storia, dai molti castelli che ornano ancora le borgate ricche di arte, chiese e antiche pievi. Terra di pianura, dolci colline e a sud la parte montagnosa, tra cui la cima più alta del monte Lesima (1724 mt) al confine tra le province di Pavia e Piacenza.
Tra i prodotti tipici ormai affermati come: vini eccellenti, formaggi e salumi, miele, frutta, funghi, ci sono i pregiati tartufi, bianco e nero. In luoghi rimasti incontaminati è possibile trovare il prezioso “tuber”, tanto che l’Oltrepò è diventato tra i mercati più importanti a livello nazionale. Il tartufo dell’Oltrepò Pavese, più precisamente dei territori Vittadiniani, costituisce un preciso punto di riferimento nella storia e nella cultura locale. Qui l’arte del “trifulé” nella libera cerca, vanta una tradizione di secoli e ancora oggi si contano centinaia di appassionati che praticano questo sano divertimento a contatto con la natura “scortati” dall’unico e inseparabileamico a quattro zampe.
Le dolci colline che respirano le nebbie d’autunno, boschi che custodiscono segreti e radici che intrecciano la vita del tartufo con quella dell’uomo e del suo cane: l’amico inseparabile, l’eccellente compagno ed il più prezioso alleato; qui la cerca non è solo un gesto tecnico o un passatempo stagionale: è una forma di conoscenza, un patto antico di secoli tra chi cammina nel bosco e la terra che gli affida il suo dono prezioso.
Tra queste vallate nasce e si rinnova ogni giorno la passione dei cercatori di tartufo, uomini e donne che hanno fatto della discrezione, della pazienza e del rispetto dell’ambiente una regola di vita. A unirli è l’ARTOP, Associazione Ricercatori Tartufi Oltrepò Pavese, una comunità viva che difende la libera cerca, tutela la biodiversità e promuove una cultura della responsabilità ambientale.
Il territorio e la sua vocazione
L’Oltrepò Pavese è una terra di boschi e colline argillose e calcaree, dove il microclima e la biodiversità creano habitat perfetti per tutte le principali specie di tartufo classificati da Carlo Vittadini. Tra cui i più conosciuti:
Tuber magnatum Pico – il pregiatissimo tartufo bianco
Tuber melanosporum – tartufo nero pregiato
Tuber uncinatum e Tuber aestivum – tartufi neri scorzone
Tuber borchii – tartufo bianchetto
Tuber macrosporum – Tartufo nero liscio
Questa ricchezza naturale rende l’Oltrepò una delle zone tartufigene più complete d’Italia, dove la presenza del tartufo è strettamente legata alla tradizione dei cercatori che praticano la “libera cerca”.
Carlo Vittadini
In Oltrepò operò il famoso botanico e micologo Carlo Vittadini (1800-1865), autore della mirabile Monographia Tuberacearum (1831) con 5 tavole a colori disegnate di suo pugno, nella quale descrisse 65 specie, delle quali 51 specie completamente nuove. Fu il primo a descrivere i tartufi commestibili che oggi conosciamo, con dettagli morfologici e microscopici.
Questo è il motivo per il quale, nella maggior parte dei nomi dei tartufi, compare l’abbreviazione Vitt., dal nome del micologo e botanico italiano che diede loro una identità.
Precursore della moderna idnologia, lavorò presso l’Università di Pavia e percorse ampiamente e assiduamente i territori dell’Oltrepò Pavese, dove raccolse i funghi ipogei da lui stesso per la prima volta determinati.
Il Vittadini imparò i luoghi e i tradizionali metodi di cerca e raccolta affiancandosi alla gente della zona che vanno dalla bassa pianura dell’Oltrepò fino alle zone dell’alto Appennino Pavese.
Una comunità di cercatori consapevoli
L’associazione ARTOP è molto conosciuta in Lombardia e ha radici lontane. Nasce nel 1984 a Casteggio (PV) per tutelare la “libera cerca”, unire e formare chi condivide la passione e la competenza nella cerca del tartufo. Collabora con vari enti (Regione Lombardia, Amministrazione Provinciale, Comuni, Comunità Montana) per fornire consulenza, per promuovere la conoscenza e la divulgazione dei tartufi dell’Oltrepò, organizzando fiere e mostre che sono ormai diventate meta di visitatori ed acquirenti da ogni parte d’Italia, tra cui la Fiera Autunno Pavese e la Fiera del Tartufo e Miele di Casteggio (PV), che si svolge ogni anno la seconda domenica di novembre.
Si occupa di curare la preparazione e l’educazione all’ambiente, tutelare gli interessi dei soci e infondere in essi il sentimento del diritto-dovere.
Formazione, eventi, presenza sul territorio e servizi
ARTOP, inoltre, organizza ogni anno manifestazioni di cerca simulata con momenti formativi per condividere tecniche e buone pratiche; partecipa a fiere e rassegne, promuovendo il territorio e le sue eccellenze tartufigene; offre consulenza legale e supporto amministrativo; fornisce servizio ai soci per il rinnovo dei tesserini regionali.
Il silenzio del bosco e la voce della terra
Essere tartufaio oggi significa, più che cercare un frutto raro, ascoltare la terra, capirne i ritmi e rispettarne le pause. Ogni passo nel bosco è un gesto di fiducia, ogni scavo un dialogo con la natura.
L’Associazione Ricercatori Tartufi Oltrepò Pavese rinnova questa filosofia, trasformando un sapere antico in coscienza moderna: custodire per tramandare, condividere per crescere.
Così, tra le colline e i boschi dell’Oltrepò, il profumo del tartufo racconta ancora una storia di passione, di rispetto e di amore per la nostra terra.
Nel panorama delle fiere italiane dedicate al tartufo, il Salone Nazionale del Tartufo Bianco Pregiato di Città di Castello rappresenta un caso di studio significativo per capacità organizzativa, approccio territoriale e visione sistemica.
Giunto alla 45ª edizione, l’evento si conferma come punto di riferimento per la promozione del tartufo bianco dell’Alta Valle del Tevere e, più in generale, per il comparto delle produzioni d’eccellenza legate al bosco e alla micologia spontanea.
(biancopregiato.it)
Tradizione e innovazione nella filiera del tartufo
La manifestazione nasce con l’intento di valorizzare l’intera filiera del tartufo, dal tartufaio al ristoratore, dal ricercatore al consumatore, integrando competenze tecniche, pratiche sostenibili e strategie di promozione turistica.
L’obiettivo è chiaro: rafforzare il posizionamento del tartufo bianco pregiato umbro come prodotto identitario, sostenibile e ad alto valore aggiunto, mantenendo al contempo un forte legame con le radici culturali del territorio.
Il Salone si colloca nel solco delle politiche regionali di valorizzazione delle aree interne e dell’agroalimentare di qualità, diventando un laboratorio permanente di confronto tra enti locali, associazioni di categoria, imprese e università.
Un format esperienziale e tecnico
L’edizione 2025 — in programma dal 31 ottobre al 2 novembre — propone un articolato calendario di appuntamenti che alternano momenti divulgativi, tecnici e promozionali.
Oltre al mercato dedicato ai tartufi freschi e ai prodotti derivati, il Salone ospita:
Laboratori sensoriali e analisi organolettiche sul tartufo bianco pregiato, finalizzati alla conoscenza dei parametri qualitativi e delle caratteristiche aromatiche.
Show cooking professionali, incentrati sulla corretta manipolazione e valorizzazione del prodotto in cucina, con particolare attenzione alla conservazione del profilo aromatico.
Masterclass tematiche dedicate all’abbinamento del tartufo con oli, vini e materie prime locali, in un’ottica di integrazione fra filiere umbre d’eccellenza.
Laboratori formativi per studenti e operatori, volti a trasferire competenze in materia di ricerca, tracciabilità e tutela della risorsa tartufigena.
Gara cinofila di cavatura del tartufo, elemento simbolico che richiama la tradizione e l’importanza del binomio uomo-cane nella raccolta sostenibile.
Eventi culturali e talk professionali, che affrontano temi di gestione del bosco, impatto climatico e modelli di governance del territorio.
Un evento strategico per il sistema del tartufo
Il Salone si distingue per un approccio integrato e multidisciplinare: non una semplice mostra mercato, ma una piattaforma di dialogo che mette in relazione istituzioni, operatori economici e mondo accademico.
Grazie a questa impostazione, la manifestazione contribuisce alla costruzione di una filiera più coesa e qualificata, promuovendo buone pratiche di raccolta, tracciabilità e certificazione del prodotto.
L’iniziativa favorisce inoltre lo sviluppo di nuove sinergie fra enogastronomia e turismo esperienziale, rafforzando il posizionamento di Città di Castello come polo d’attrazione per un pubblico di professionisti, buyer e appassionati di alto profilo.
Impatto e prospettive
L’esperienza maturata nelle precedenti edizioni dimostra come un evento di questo tipo possa generare ricadute economiche e reputazionali concrete per il territorio.
Il Salone non solo stimola la domanda di tartufo e prodotti derivati, ma consolida l’immagine dell’Umbria come area di riferimento per la qualità, la sostenibilità e la cultura gastronomica.
In un contesto in cui la gestione del bosco e la salvaguardia della biodiversità diventano temi centrali, il Salone Nazionale del Tartufo Bianco Pregiato rappresenta un modello replicabile di governance territoriale: una manifestazione che unisce la valorizzazione del prodotto all’educazione ambientale e alla promozione culturale.
Insomma, il Salone Nazionale del Tartufo Bianco Pregiato di Città di Castello si conferma come evento cardine nel calendario fieristico italiano e laboratorio d’innovazione per la filiera del tartufo.
La sua forza risiede nella capacità di coniugare dimensione economica, culturale e scientifica, costruendo un racconto coerente del tartufo come risorsa identitaria e sostenibile.
Un appuntamento imprescindibile per chi opera nel settore e desidera comprendere — e anticipare — le nuove traiettorie di sviluppo del “diamante della terra”.
Tra stagioni più umide, norme da aggiornare e un mercato sempre più globale, la comunità del tartufo ha davanti a sé una scelta: difendere i boschi o accontentarsi delle quotazioni.
Siamo tornati nei boschi a mezzanotte, come sempre. I cani fiutano, il terreno respira, e il silenzio di ottobre trattiene il segreto che tutti cerchiamo. Quest’anno le piogge hanno ridato fiducia ai trifolau e ai cuori impastati di terra. Ma sarebbe troppo comodo illuderci. La stagione può anche sorridere, il listino può brillare, eppure il destino del tartufo non si misura al chilo. Si misura alla radice.
Il 2025 ci mette davanti tre verità scomode.
La prima: il clima detta il ritmo. Non basta contare i millimetri caduti a fine estate. Bisogna proteggere quel mosaico delicato che fa nascere un buon tartufo: alberi giusti, suoli vivi, micelio in pace. Le ricerche lo ripetono senza romanticismi: le nicchie ecologiche migrano, i confini si spostano. Se vogliamo continuare a chiamare “nostri” i tartufi che raccontiamo da generazioni, dobbiamo curare i boschi come si cura una madre anziana. Non a spot, ma con piani veri. Corridoi ecologici, gestione idrica, difesa dei suoli, lotta agli incendi, tutela delle tartufaie naturali e sostegno a quelle coltivate che ancora rispettano la foresta.
La seconda: le norme arrancano. La legge quadro ha garantito un’ossatura al comparto, certo, ma il mondo è cambiato. Servirebbero strumenti aggiornati su tracciabilità, contrasto ai raggiri, formazione dei cercatori, regole omogenee per la raccolta sostenibile, e un perimetro chiaro tra tutela dell’habitat e iniziativa privata. Alcune regioni hanno mosso passi pragmatici; a livello nazionale si discute di riforma. È il momento di passare dai convegni agli articoli di legge, senza ideologie. La micorriza non vota, ma decide se fruttificare.
La terza: il mercato non aspetta. Spagna, Australia e altri attori presidiano l’offerta con contro-stagionalità e investimenti tecnici. La Cina continua a rifornire il segmento d’ingresso. In questo scenario l’Italia vince solo se mette in campo ciò che nessuno può replicare: paesaggi, biodiversità, cultura gastronomica e un capitale umano unico, fatto di famiglie, cani e boschi storici. Il prezzo è un effetto; la reputazione è la causa. Difendiamo la seconda, e il primo seguirà.
Che cosa proponiamo, allora, come comunità?
Un patto di foresta. Comuni, consorzi, proprietari, associazioni di cercatori e università: adottiamo micro-piani di gestione per le aree tartufigene, con obiettivi misurabili su suolo, acqua, rinnovamento arboreo e biodiversità. I contributi pubblici devono premiare chi certifica pratiche ecologiche e trasparenza in filiera.
Una tracciabilità che racconta. QR code unici, certificazioni serie, storie verificabili dal bosco al piatto. Non marketing vuoto, ma dati accessibili che proteggano il consumatore e valorizzino chi lavora bene.
Scuole di cerca e di etica. Formazione obbligatoria, educazione al rispetto dei boschi, sanzioni per chi danneggia. Il futuro del tartufo passa anche dall’orgoglio professionale di chi lo cerca.
Turismo sobrio, bellezza intera. La festa è giusta se non consuma il luogo che la rende possibile. Eventi e fiere dovrebbero diventare laboratori di sostenibilità, non solo vetrine.
Ricerca applicata. Irrigazione di soccorso mirata nelle tartufaie coltivate, monitoraggi continui di micorrize e suolo, reti meteo locali, sperimentazione su specie ospiti e consociazioni. Scienza al servizio della tradizione.
Se non lo faremo, continueremo a rincorrere i picchi di prezzo come miraggi nel deserto. Se lo faremo, avremo ancora notti di ottobre da raccontare ai nostri figli, con la terra sotto le unghie e la gioia di un profumo che non tradisce.
Il tartufo non è un bene rifugio. È un bene di relazione: relazione tra albero e fungo, tra uomo e bosco, tra comunità e paesaggio. La nostra rivista nasce per custodire questa relazione. Quest’anno, più che mai, chiediamoci non quanto venderemo, ma che eredità lasceremo sotto la lettiera.
Il resto verrà. Come sempre, dal basso. Dalle radici.
La Federazione Nazionale Associazioni Tartufai Italiani (Fnati), tramite il presidente Fabio Cerretano, ha preso posizione contro la circolare emanata dal ministero dell’Agricoltura in materia di commercializzazione dei tartufi coltivati. Secondo l’associazione, il testo non chiarisce ma interpreta la normativa europea, rischiando di compromettere la qualità e l’immagine del tartufo italiano.
I punti di critica
L’associazione sottolinea diverse criticità. La circolare si basa sul regolamento UE 1308/2013 e sulla nomenclatura doganale, ma la FNATI precisa che il codice doganale “indica un bene e non fa discendere alcuna qualificazione al bene stesso”. La circolare, interpretando il regolamento, permetterebbe la raccolta e la vendita di tartufi immaturi, rischiando di “far scadere qualitativamente un prodotto che, invece, al momento è universalmente riconosciuto come eccellenza Italiana”. Inoltre, si temono possibili frodi, in cui tartufi raccolti illegalmente o importati dall’estero potrebbero essere spacciati per prodotti coltivati.
Un altro punto di forte critica riguarda la parificazione tra tartufaie controllate e tartufaie coltivate. La Fnati sostiene che le tartufaie controllate, dove il tartufo cresce già spontaneamente, non possono essere considerate alla pari delle coltivate, che nascono dalla piantumazione di alberi in terreni vergini. L’associazione bolla la definizione di “coltivazione in bosco” come una “locuzione inventata, null’altro che una cialtroneria”.
Un patrimonio da difendere
Cerretano evidenzia come il tartufo non sia solo un prodotto agricolo, ma anche un “patrimonio materiale e immateriale” italiano, riconosciuto dall’Unesco. “Non possiamo e non dobbiamo svenderlo”, ha dichiarato il presidente, “e per questo chiediamo quindi l’annullamento della circolare per salvaguardare il tartufo italiano e per tutelare l’intera collettività e i piccoli centri che beneficiano di questa risorsa”. Il presidente sottolinea inoltre che in determinati periodi dell’anno non si trovano legalmente o con buona qualità alcune tipologie di tartufo, come lo scorzone a gennaio o il tartufo bianco a luglio e paragona la svendita del tartufo, risorsa diffusa per “piccoli centri e… persone che necessitano di arrotondare un reddito”, alla vendita del Colosseo a un privato.
L’associazione sostiene che l’estensore della circolare “va molto oltre i propri poteri” e chiede per questo l’annullamento del documento. Sollecita il ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida, ad agire in sede europea per difendere il tartufo e per escludere il prodotto naturale spontaneo, comprese le tartufaie controllate, dalle normative del mercato ortofrutticolo.
La Federazione nazionale associazioni tartufai italiani (Fnati), insieme a diversi cercatori, ha notificato due ricorsi al Tar contro i regolamenti per la ricerca dei tartufi adottati dalla Comunità Montana dell’Alta Valle del Metauro e da quella del Montefeltro. Secondo i ricorrenti, le nuove norme limiterebbero l’attività dei tartufai introducendo vincoli e costi aggiuntivi non previsti dalla legge nazionale. In sostanza per accedere a determinate aree particolarmente vocate alla produzione del tartufo come Carpegna, il demanio di Monte Vicino tra Sant’Angelo in Vado e Apecchio, quello di Montiego tra Piobbico e Urbania e quello nei dintorni di Mercatello sul Metauro – bisogna aver chiesto l’autorizzazione e regolarizzato l’attività dal punto di vista fiscale e della rintracciabilità alimentare. C’è poi da pagare un versamento per iniziare la cerca.
“Questi regolamenti ignorano completamente le esigenze dei tartufai che da secoli fanno sì che il tartufo arrivi sulle tavole di tutto il mondo”, hanno sottolineato dalla Fnati, presieduta da Fabio Cerretano. La Federazione ha inoltre ricordato che la Regione Marche è tra le protagoniste del settore e ha contestato in particolare i divieti per i cavatori provenienti da regioni non limitrofe e l’introduzione di una tassa aggiuntiva, che “non trova giustificazione e contrasta con la normativa vigente”.
La Fnati evidenzia come il numero dei cercatori dovrebbe essere stabilito “in maniera scientifica e non arbitraria, senza costi aggiuntivi e senza distinzione di residenza”. La Federazione apre comunque al dialogo: “Siamo pronti a ritirare il ricorso se le comunità annulleranno i regolamenti e mostreranno la volontà di confrontarsi con i tartufai per discutere soluzioni condivise, rinunciando definitivamente a tasse aggiuntive vietate dalla stessa legge regionale”.
Asti, sequestrati tartufi neri venduti fuori stagione
I carabinieri Forestali hanno sequestrato circa mezzo chilo di tartufi neri in un esercizio commerciale della città, poiché messi in vendita durante il periodo di divieto. Il valore stimato del prodotto è di circa 150 euro.
Il commerciante, oltre alla confisca dei tartufi, dovrà pagare una sanzione amministrativa di circa 1.700 euro. La normativa regionale disciplina infatti con precisione tempi e modalità di raccolta e commercializzazione dei tartufi, imponendo periodi di fermo biologico per tutelare la specie e garantirne la riproduzione naturale.
L’operazione rientra nell’ambito dei controlli avviati dai carabinieri Forestali per vigilare sul rispetto delle regole in materia agro-alimentare e per salvaguardare la biodiversità piemontese.
Al via il primo Corso Nazionale di Alta Formazione sulla filiera del tartufo
È iniziato ufficialmente il primo Corso Nazionale di Alta Formazione “La filiera del tartufo: dal bosco alla tavola”, promosso dal CREA in collaborazione con il CONAF e con il patrocinio di importanti società scientifiche italiane.
Il programma, articolato in dieci moduli online per un totale di 30 ore, è stato ideato dal Network CREA “tartufi & tartufaie”, nato nell’ambito dell’Osservatorio Innovazione Ricerca e Sviluppo. Il gruppo di ricerca multidisciplinare coinvolge 22 ricercatori e tecnologi appartenenti a sette Centri di ricerca CREA, con l’obiettivo di affrontare in modo integrato le sfide legate alla conservazione, gestione e valorizzazione sostenibile del tartufo e delle tartufaie.
Il corso mira a formare professionisti e operatori della filiera, con un approccio che combina ricerca scientifica, sostenibilità ambientale, buone pratiche agronomiche, trasformazione del prodotto e strategie di mercato. I contenuti spaziano dalla biologia alla gestione forestale, dalla normativa alla commercializzazione, fino a marketing ed export.
Destinatari del percorso sono tartufai e tartuficoltori, agronomi e forestali, vivaisti, tecnici pubblici, studenti universitari e operatori del settore agroalimentare e turistico, per i quali il corso rappresenta un’opportunità di crescita e di formazione specialistica in un comparto strategico per l’economia rurale italiana.
Tracciabilità hi-tech per i tartufi: parte il progetto con AI e blockchain
Una combinazione di analisi chimica, intelligenza artificiale e blockchain entra a servizio della tracciabilità dei tartufi. Farzati spa, insieme a xFarm Technologies e alla Fondazione Edmund Mach, in collaborazione con Truffleland (Urbani Tartufi), ha lanciato un progetto innovativo per certificare la provenienza del Tuber melanosporum e del Tuber aestivum.
L’iniziativa è promossa e co-finanziata da BI-REX nell’ambito dei fondi Next Generation Eu (Pnrr) e con il contributo della Fondazione Vrt. Dopo due anni di sviluppo e test, il programma entra ora nella fase di applicazione e diffusione.
Cuore del sistema è la tecnologia BluDev di Farzati, che attraverso l’analisi biochimica, l’elaborazione con algoritmi di intelligenza artificiale e l’archiviazione su blockchain genera per ogni lotto un’impronta digitale unica, garantendone autenticità e provenienza.
Il progetto ha un potenziale rilevante per l’Umbria, tra le regioni italiane più vocate alla tartuficoltura, dove il comparto ha un valore stimato tra i 10 e i 15 milioni di euro l’anno. A livello globale, il mercato del tartufo fresco e trasformato, oggi compreso tra 550 e 600 milioni di dollari, potrebbe superare 1 miliardo entro il 2030, con una crescita annua prevista tra il 6 e l’8%.
La tracciabilità certificata punta a rafforzare la competitività delle imprese italiane, sostenere l’export e posizionare il tartufo sui mercati premium internazionali.