La comunità dei tartufai lucani è in allerta dopo i recenti avvelenamenti di due cani da tartufo a Roccanova, nel Potentino. Gli episodi, avvenuti nelle ultime settimane, sono stati denunciati dall’Associazione Tartufai del Serrapotamo, che ha espresso “profonda indignazione” e ha chiesto alle autorità un intervento immediato per individuare i responsabili.
Secondo quanto riportato dalla stampa locale, i due animali sarebbero morti dopo aver ingerito sostanze tossiche durante le normali uscite di ricerca. Non sono ancora state diffuse informazioni ufficiali sulla natura del veleno o sull’esatta dinamica, ma gli indizi fanno pensare a esche volontariamente posizionate nei boschi.
L’associazione ha parlato di “atti gravissimi”, sottolineando come colpire i cani da tartufo significhi intaccare il cuore stesso della tradizione tartufaia, che in Basilicata rappresenta un patrimonio culturale oltre che economico. I tartufai locali temono che gli avvelenamenti possano essere collegati a forme di competizione scorretta, una problematica non nuova nel settore e già registrata, negli anni, in diverse regioni italiane.
A livello regionale, nelle ultime stagioni non sono mancati allarmi e segnalazioni di bocconi sospetti in aree boschive frequentate dai cercatori. Pur senza conferme istituzionali sistematiche, questi segnali hanno alimentato il clima di tensione e la richiesta, sempre più diffusa, di controlli più capillari.
Il fenomeno dei cani da tartufo avvelenati non riguarda solo la Basilicata e continua a mettere in difficoltà un intero comparto. In Italia mancano ancora norme specifiche e uniformi dedicate alla protezione dei cani da tartufo e alla prevenzione delle esche tossiche nei boschi, lasciando il compito di vigilanza principalmente alle forze dell’ordine locali, ai Carabinieri forestali e alle associazioni di settore.
I cercatori lucani chiedono ora che l’episodio di Roccanova non resti isolato nelle cronache e che diventi invece l’occasione per rafforzare la sicurezza nei territori di raccolta. “Difendere i cani significa difendere il nostro lavoro e il nostro territorio” è il messaggio lanciato dalle associazioni.
In attesa degli esiti delle indagini, la raccomandazione ai tartufai è una sola: massima vigilanza durante le uscite e segnalare immediatamente alle autorità qualsiasi anomalia nel territorio.
Una nuova era per la valorizzazione del patrimonio locale si apre a Codigoro. Grazie a una convenzione decennale siglata tra il Comune, la Regione Emilia-Romagna e l’Associazione Nazionale Tartufai, sta per prendere vita una vera e propria scuola dedicata all’arte della cerca del tartufo. L’iniziativa, fresca di approvazione a dicembre 2025, rappresenta un passo significativo per promuovere il territorio, attirare turismo specializzato e diffondere la cultura del prezioso tubero.
Il progetto ha obiettivi ambiziosi: non solo formare nuovi tartufai professionisti e appassionati, ma anche sensibilizzare le giovani generazioni, le scuole e le famiglie sul rispetto dell’ambiente e sulla tradizione locale. L’amministrazione comunale ha identificato e messo a disposizione un’area specifica di quattro ettari, situata strategicamente tra l’ex complesso Enaoli e la zona a nord del Bosco Spada. Questo terreno fungerà da campo base per l’addestramento pratico e le lezioni didattiche.
Al momento, l’iniziativa è nella sua fase embrionale e non sono ancora stati diffusi dettagli specifici riguardo a date di inizio dei corsi, orari o costi di iscrizione. Si attende che i partner coinvolti definiscano il calendario delle attività. Per restare aggiornati sugli sviluppi e sulle future opportunità formative, si consiglia di monitorare i canali ufficiali del Comune di Codigoro e dell’Associazione Nazionale Tartufai.
♦ Maxi tartufo da record a Pisa: il “re” del bosco diventa solidarietà a Firenze
La stagione del tartufo in Toscana segna un nuovo e importante primato. I boschi di Forcoli, in provincia di Pisa, hanno regalato un esemplare eccezionale di bianco pregiato. La bilancia si è fermata a quota 707 grammi. Si tratta del ritrovamento più imponente registrato finora nella regione per l’annata in corso. A scovare il prezioso tubero è stato Luciano Savini. L’esperto tartufaio ha definito la scoperta un’emozione rara e un vero dono del territorio, capace di stupire anche chi frequenta i boschi da una vita.
Il viaggio del maxi tartufo è stato breve ma significativo. Dal sottobosco pisano è giunto in poche ore nel cuore di Firenze. La cornice è stata quella esclusiva del Four Seasons Hotel a Palazzo della Gherardesca. Qui si è svolto il gala “The Reds & the White Charity Dinner”. Il tartufo è stato il protagonista assoluto della serata, attirando l’attenzione di appassionati e collezionisti in un contesto di alta eleganza.
L’asta benefica ha acceso l’entusiasmo dei presenti. Il martelletto ha sancito l’aggiudicazione per la cifra finale di 2.600 euro. L’intera somma ha subito trovato una destinazione nobile. I fondi sono stati devoluti alla Fondazione Milano25. La onlus, guidata dalla nota “Zia Caterina”, supporta quotidianamente i bambini oncologici e le loro famiglie. Il progetto nasce dall’esperienza del celebre taxi colorato, divenuto negli anni un simbolo concreto di accoglienza, educazione e speranza per i piccoli pazienti.
♦ Controlli notturni nei boschi di Urbino: multe e tesserini ritirati ai tartufai irregolari
Giro di vite dei Carabinieri Forestali a tutela del tartufo bianco pregiato. A metà novembre, e a metà della stagione di raccolta, i militari hanno intensificato la vigilanza nelle aree più vocate della provincia. L’obiettivo è contrastare i comportamenti illeciti che danneggiano l’ecosistema e garantiscono vantaggi sleali.
L’operazione più recente è scattata alle prime luci dell’alba in località Montecalende, nel territorio di Urbino. Erano le 4.45 del mattino quando la pattuglia del Nucleo Forestale ha individuato due persone in piena attività di ricerca. I cercatori stavano operando in orario notturno, violando apertamente i limiti temporali imposti dalla legge regionale n. 5/2013 per la protezione delle tartufaie.
Pochi giorni prima un altro episodio aveva interessato le Foreste Demaniali di Monte Vicino, nel comune di Sant’Angelo in Vado. In questo caso a intervenire sono stati i militari della stazione di Mercatello sul Metauro. Durante il controllo hanno sorpreso un cavatore che utilizzava tre cani contemporaneamente. La normativa vigente, all’articolo 8, pone il limite tassativo all’utilizzo di soli due animali ausiliari per evitare un impatto eccessivo sul terreno.
Per i trasgressori il conto è salato. In entrambi gli episodi sono state elevate sanzioni amministrative di 600 euro. Oltre alla multa, è scattato il ritiro immediato del tesserino abilitativo. L’Unione Montana Alta Valle del Metauro, autorità competente, procederà ora con la sospensione dell’autorizzazione alla raccolta per un periodo che varierà da uno a due anni. Il gruppo Carabinieri Forestale di Pesaro e Urbino ha ribadito la necessità di questi interventi. Il rispetto delle regole non è solo un obbligo formale, ma serve a preservare le “pasture”.
La Regione Marche scommette sul tartufo come volano per la qualità della vita e l’economia del territorio. L’aggiornamento per il 2025 del Programma Triennale 2024/2026 prevede specifiche azioni di sostegno alla produzione tartuficola. L’iniziativa rientra nel quadro della legge regionale n. 23 del dicembre 2023, approvata con la delibera n. 1025.
La normativa punta a valorizzare le Marche come “terra del benessere”. L’obiettivo è orientare l’offerta turistico-ricettiva verso la sostenibilità, esaltando le bellezze naturali e la tutela ambientale. La strategia adotta un approccio integrato e interdisciplinare. Vengono coinvolti settori trasversali come l’alimentazione, la salute, la cultura e il turismo. In questo contesto la tartuficoltura assume un ruolo strategico, specialmente per il rilancio economico delle aree interne.
La vocazione del territorio è confermata dai numeri. Nelle Marche è possibile trovare tartufi tutto l’anno, con la presenza di tutte le specie pregiate commercializzabili in Italia. I tartufai stimati sono oltre 12.000, pari allo 0,8% della popolazione regionale. Si tratta di uno dei dati più alti a livello nazionale. Le attività si concentrano in due grandi poli: a sud nelle aree interne del Piceno e del fermano, a nord nella provincia di Pesaro Urbino tra la Valmetauro e il Montefeltro.
La superficie coltivata stimata non è inferiore ai 1.600 ettari. A questi si aggiungono le tartufaie naturali e controllate. La produzione commercializzata si attesta sulle 50 tonnellate annue, di cui quasi la metà è costituita da tartufo bianco pregiato. Il valore commerciale derivato dall’indotto supera i 6 miliardi di euro.
La regione vanta anche un primato storico. La moderna tartuficoltura nasce qui con il primo impianto “coltivato” del 1932. Successivamente, negli anni Cinquanta e Sessanta, l’ispettore forestale Mannozzi Torini realizzò numerose tartufaie, dimostrando l’idoneità pedoclimatica del suolo marchigiano.
Oggi il supporto tecnico è garantito dall’Agenzia regionale AMAP. L’ente gestisce i centri di tartuficoltura di Amandola e Sant’Angelo in Vado. Queste strutture collaborano con le Università per studiare le specie e monitorare le dinamiche di crescita in relazione ai cambiamenti climatici. L’AMAP gestisce inoltre due vivai specializzati. Qui vengono prodotte oltre 10.000 piante micorizzate all’anno, utilizzando esclusivamente materiale vegetale e fungino autoctono per garantire la qualità delle future tartufaie.
Per una volta il tartufo abbandona le pagine dei manuali tecnici e diventa il cuore di una fiaba. Arriva in libreria “Pico. Storie di un giovane tartufo“, la nuova pubblicazione edita da White Star. Il volume del 2025 si presenta in formato cartonato ed è pensato per avvicinare i giovanissimi lettori al mondo della natura attraverso una narrazione fantastica.
Il protagonista non è un tubero qualunque. Pico si distingue per la sua curiosità, il suo spirito d’avventura e un profumo decisamente intenso. Attraverso un suggestivo viaggio sotterraneo, il personaggio racconta in prima persona la sua vita nascosta tra le radici degli alberi. La narrazione svela ai bambini i segreti più affascinanti dei tartufi, spiegando dove crescono e le ragioni che li rendono così speciali.
La storia accompagna i lettori alla scoperta di chi cerca questi tesori della terra con passione e fiuto. L’avventura si snoda tra cani esploratori, boschi misteriosi e incontri con streghe minacciose. Il libro offre un affresco fatto di natura, tradizione e meraviglia, unendo l’intrattenimento all’aspetto educativo. Si tratta di un racconto illustrato che propone un protagonista da annusare e da amare. L’età di lettura consigliata è a partire dai 5 anni.
La Regione Piemonte scende in campo per la protezione del patrimonio tartufigeno del territorio. Il Settore Foreste ha approvato l’avviso per la concessione di indennità destinate alla conservazione degli alberi produttori di tartufo. La misura rientra nell’attuazione del Piano di attività per la valorizzazione del patrimonio tartufigeno regionale per l’anno 2024. La dotazione finanziaria complessiva messa a disposizione ammonta a 379.183,72 euro.
I contributi si rivolgono ai proprietari o ai possessori di terreni situati in Piemonte. Tali fondi devono ospitare piante capaci di produrre il Tartufo Bianco d’Alba, scientificamente noto come Tuber magnatum Picco. La capacità tartufigena viene dimostrata dall’avvenuta raccolta di esemplari nell’area di sviluppo radicale della pianta negli ultimi tre anni.
L’importo massimo annuo concedibile varia in base alla specie arborea. È prevista una somma di 20,00 euro per le querce, nello specifico Farnia, Rovere, Roverella e Cerro. L’indennità si attesta a 18,00 euro per specie quali Carpini, Tigli, Pioppi e Salici. Una quota residuale di 12,50 euro è assegnata al Nocciolo, subordinatamente alle disponibilità finanziarie.
L’accesso al contributo impone precisi obblighi al richiedente. Il beneficiario deve impegnarsi a conservare le piante secondo uno specifico piano di coltura per cinque stagioni di raccolta successive alla domanda. Il proprietario è tenuto inoltre a permettere la libera ricerca e raccolta dei tartufi sui terreni dove sono radicati gli alberi oggetto dell’indennità.
Le domande dovranno essere presentate esclusivamente in via telematica tramite il servizio “Portale Tartufi”. La scadenza è fissata per il 27 gennaio 2026, 75 giorni dalla data di pubblicazione dell’avviso sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte. L’istruttoria e la verifica dei requisiti spettano alle Commissioni comunali agricoltura, integrate per l’occasione da due rappresentanti dei raccoglitori di tartufi.
La Federazione Nazionale Associazioni Tartufai Italiani (FNATI) ha chiesto al ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste di annullare una circolare esplicativa sulla commercializzazione dei tartufi coltivati. Secondo la Federazione, il documento non è “esplicativo ma interpretativo” , e l’estensore “va molto oltre i propri poteri”.
La circolare in questione farebbe riferimento alla normativa europea sui prodotti agricoli coltivati e alla nomenclatura combinata come voce doganale. Il presidente di FNATI, dott. Fabio Cerretano, sottolinea che il Regolamento (UE) 1308/2013 include il tartufo “coltivato”. A suo avviso, questa interpretazione apre a un rischio di frodi , poiché si potrebbero “raccogliere e vendere tranquillamente anche i prodotti immaturi” e il tartufo estero o raccolto illecitamente potrebbe passare per prodotto coltivato.
“Mentre in tutte le coltivazioni ortofrutticole il grado di maturazione è pressoché evidente, nel tartufo no”, ha spiegato il presidente Fnati, Fabio Cerretano, “ne discende che, secondo questa interpretazione, si possonoraccogliere e vendere tranquillamente anche i prodotti immaturi, con la conseguenza di far scadere qualitativamente un prodotto che, invece, al momento è universalmente riconosciuto come eccellenza Italiana”.
Un altro punto di forte critica riguarda la parificazione tra tartufaie controllate e tartufaie coltivate. Cerretano afferma che nelle tartufaie controllate il tartufo esiste già e il conduttore si limita a migliorarne la produttività, mentre il tartufo coltivato nasce dalla “piantumazione di piante in terreno vergine”. Per Cerretano “non esiste e non può parlarsi di “coltivazione in bosco” che è una locuzione inventata, null’altro che una cialtroneria, da chi vuole accaparrarsi una risorsa, che è libera e ha fatto grande l’Italia da almeno un millennio”.
Fnati vuole che l’Italia utilizzi i propri poteri in sede europea per difendere il tartufo e “escludere il prodotto naturale spontaneo, incluse le tartufaie controllate, dalle regole del mercato ortofrutticolo europeo”. Il tartufo viene definito come “un patrimonio materiale e immateriale (…) italiano” , e prima di essere un prodotto della terra “è un prodotto identitario culturale, sociale e turistico dell’Italia intera”. Il presidente ha aggiunto che svenderlo “a favore di pochi” sarebbe una “perdita immensa per Stato e per tutta la collettività”.
La Federazione Nazionale Associazioni Tartufai Italiani (FNATI) ha chiesto al Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste di annullare una circolare esplicativa sulla commercializzazione dei tartufi coltivati. Secondo la Federazione, il documento non è “esplicativo ma interpretativo” , e l’estensore “va molto oltre i propri poteri”.
La circolare in questione farebbe riferimento alla normativa europea sui prodotti agricoli coltivati e alla nomenclatura combinata come voce doganale. Il presidente di FNATI, dott. Fabio Cerretano, sottolinea che il Regolamento (UE) 1308/2013 include il tartufo “coltivato”. A suo avviso, questa interpretazione apre a un rischio di frodi , poiché si potrebbero “raccogliere e vendere tranquillamente anche i prodotti immaturi” e il tartufo estero o raccolto illecitamente potrebbe passare per prodotto coltivato.
“Mentre in tutte le coltivazioni ortofrutticole il grado di maturazione è pressoché evidente, nel tartufo no”, ha spiegato il presidente Fnati, Fabio Cerretano, “ne discende che, secondo questa interpretazione, si possono raccogliere e vendere tranquillamente anche i prodotti immaturi, con la conseguenza di far scadere qualitativamente un prodotto che, invece, al momento è universalmente riconosciuto come eccellenza Italiana”.
Un altro punto di forte critica riguarda la parificazione tra tartufaie controllate e tartufaie coltivate. Cerretano afferma che nelle tartufaie controllate il tartufo esiste già e il conduttore si limita a migliorarne la produttività, mentre il tartufo coltivato nasce dalla “piantumazione di piante in terreno vergine”. Per Cerretano “non esiste e non può parlarsi di “coltivazione in bosco” che è una locuzione inventata, null’altro che una cialtroneria, da chi vuole accaparrarsi una risorsa, che è libera e ha fatto grande l’Italia da almeno un millennio”.
Fnati vuole che l’Italia utilizzi i propri poteri in sede europea per difendere il tartufo e “escludere il prodotto naturale spontaneo, incluse le tartufaie controllate, dalle regole del mercato ortofrutticolo europeo”. Il tartufo viene definito come “un patrimonio materiale e immateriale (…) italiano” , e prima di essere un prodotto della terra “è un prodotto identitario culturale, sociale e turistico dell’Italia intera”. Il presidente ha aggiunto che svenderlo “a favore di pochi” sarebbe una “perdita immensa per Stato e per tutta la collettività”.
Forte stupore e una ferma presa di posizione segnano l’avvio del Gruppo Europeo dei Tartufi e dei Tartuficoltori (GETT), costituitosi formalmente a San Giovanni d’Asso (Siena) in un’alleanza per il futuro del settore. La polemica riguarda l’esclusione della Fnati (Federazione Nazionale delle Associazioni di Tartufai e Tartuficoltori Italiani) dalla tavola rotonda decisionale.
Il presidente della Fnati, Fabio Cerretano, ha inviato una nota istituzionale al presidente e ai soci del Gett, esprimendo il dissenso della Federazione. L’incontro, indetto per elaborare e stendere nuovi documenti statutari e regolamentari, non ha previsto l’invito della Fnati che rappresenta una fetta molto importante degli addetti ai lavori del mondo del tartufo.
“Come lei ben saprà, non solo fra i membri fondatori del Gett si annovera la Federazione nazionale delle associazioni di Tartufai e Tartuficoltori Italiani”, ha spiegato Cerrano nella lettera rivolta al presidente di Gett, “ma la nostra Federazione ha sempre partecipato con spirito costruttivo a tutte le assemblee”.
L’esclusione da un evento di tale portata è stata definita dai vertici di Fnati “non un modo corretto di operare”.
“Pertanto non si capisce come mai la nostra Federazione”, ha proseguito il presidente, “è stata esclusa dalla partecipazione a un evento decisionale così importante”.
Alla luce di quanto accaduto la Fnati ha chiesto formalmente di sospendere ogni azione nella seduta.
“Vi chiediamo quindi di non approntare nulla”, ha concluso il presidente Cerretano, “perchè la riterremmo una gravissima violazione dello Statuto del Gett (2008) e delle nostre prerogative in quanto soci aderenti al Gruppo Europeo Tartufi e Tartuficoltori”.
L’incontro, parte della Mostra Mercato del Tartufo Bianco delle Crete Senesi, intendeva segnare il rilancio del Gett con l’obiettivo di promuovere la ricerca e la valorizzazione del tartufo, favorendo un modello condiviso di sviluppo sostenibile tra i Paesi di coltivazione. La Fnati si augura di pervenire in via breve a un rapido chiarimento con gli organismi aderenti.
L’Oltrepò Pavese è poco lontano da Milano, fra Piemonte (provincia di Alessandria) e Emilia Romagna (provincia di Piacenza) e a sud quasi confinante con la Liguria. Deve il suo nome al fatto di trovarsi in Lombardia a sud del fiume Po. Una terra piena di storia, dai molti castelli che ornano ancora le borgate ricche di arte, chiese e antiche pievi. Terra di pianura, dolci colline e a sud la parte montagnosa, tra cui la cima più alta del monte Lesima (1724 mt) al confine tra le province di Pavia e Piacenza.
Tra i prodotti tipici ormai affermati come: vini eccellenti, formaggi e salumi, miele, frutta, funghi, ci sono i pregiati tartufi, bianco e nero. In luoghi rimasti incontaminati è possibile trovare il prezioso “tuber”, tanto che l’Oltrepò è diventato tra i mercati più importanti a livello nazionale. Il tartufo dell’Oltrepò Pavese, più precisamente dei territori Vittadiniani, costituisce un preciso punto di riferimento nella storia e nella cultura locale. Qui l’arte del “trifulé” nella libera cerca, vanta una tradizione di secoli e ancora oggi si contano centinaia di appassionati che praticano questo sano divertimento a contatto con la natura “scortati” dall’unico e inseparabileamico a quattro zampe.
Le dolci colline che respirano le nebbie d’autunno, boschi che custodiscono segreti e radici che intrecciano la vita del tartufo con quella dell’uomo e del suo cane: l’amico inseparabile, l’eccellente compagno ed il più prezioso alleato; qui la cerca non è solo un gesto tecnico o un passatempo stagionale: è una forma di conoscenza, un patto antico di secoli tra chi cammina nel bosco e la terra che gli affida il suo dono prezioso.
Tra queste vallate nasce e si rinnova ogni giorno la passione dei cercatori di tartufo, uomini e donne che hanno fatto della discrezione, della pazienza e del rispetto dell’ambiente una regola di vita. A unirli è l’ARTOP, Associazione Ricercatori Tartufi Oltrepò Pavese, una comunità viva che difende la libera cerca, tutela la biodiversità e promuove una cultura della responsabilità ambientale.
Il territorio e la sua vocazione
L’Oltrepò Pavese è una terra di boschi e colline argillose e calcaree, dove il microclima e la biodiversità creano habitat perfetti per tutte le principali specie di tartufo classificati da Carlo Vittadini. Tra cui i più conosciuti:
Tuber magnatum Pico – il pregiatissimo tartufo bianco
Tuber melanosporum – tartufo nero pregiato
Tuber uncinatum e Tuber aestivum – tartufi neri scorzone
Tuber borchii – tartufo bianchetto
Tuber macrosporum – Tartufo nero liscio
Questa ricchezza naturale rende l’Oltrepò una delle zone tartufigene più complete d’Italia, dove la presenza del tartufo è strettamente legata alla tradizione dei cercatori che praticano la “libera cerca”.
Carlo Vittadini
In Oltrepò operò il famoso botanico e micologo Carlo Vittadini (1800-1865), autore della mirabile Monographia Tuberacearum (1831) con 5 tavole a colori disegnate di suo pugno, nella quale descrisse 65 specie, delle quali 51 specie completamente nuove. Fu il primo a descrivere i tartufi commestibili che oggi conosciamo, con dettagli morfologici e microscopici.
Questo è il motivo per il quale, nella maggior parte dei nomi dei tartufi, compare l’abbreviazione Vitt., dal nome del micologo e botanico italiano che diede loro una identità.
Precursore della moderna idnologia, lavorò presso l’Università di Pavia e percorse ampiamente e assiduamente i territori dell’Oltrepò Pavese, dove raccolse i funghi ipogei da lui stesso per la prima volta determinati.
Il Vittadini imparò i luoghi e i tradizionali metodi di cerca e raccolta affiancandosi alla gente della zona che vanno dalla bassa pianura dell’Oltrepò fino alle zone dell’alto Appennino Pavese.
Una comunità di cercatori consapevoli
L’associazione ARTOP è molto conosciuta in Lombardia e ha radici lontane. Nasce nel 1984 a Casteggio (PV) per tutelare la “libera cerca”, unire e formare chi condivide la passione e la competenza nella cerca del tartufo. Collabora con vari enti (Regione Lombardia, Amministrazione Provinciale, Comuni, Comunità Montana) per fornire consulenza, per promuovere la conoscenza e la divulgazione dei tartufi dell’Oltrepò, organizzando fiere e mostre che sono ormai diventate meta di visitatori ed acquirenti da ogni parte d’Italia, tra cui la Fiera Autunno Pavese e la Fiera del Tartufo e Miele di Casteggio (PV), che si svolge ogni anno la seconda domenica di novembre.
Si occupa di curare la preparazione e l’educazione all’ambiente, tutelare gli interessi dei soci e infondere in essi il sentimento del diritto-dovere.
Formazione, eventi, presenza sul territorio e servizi
ARTOP, inoltre, organizza ogni anno manifestazioni di cerca simulata con momenti formativi per condividere tecniche e buone pratiche; partecipa a fiere e rassegne, promuovendo il territorio e le sue eccellenze tartufigene; offre consulenza legale e supporto amministrativo; fornisce servizio ai soci per il rinnovo dei tesserini regionali.
Il silenzio del bosco e la voce della terra
Essere tartufaio oggi significa, più che cercare un frutto raro, ascoltare la terra, capirne i ritmi e rispettarne le pause. Ogni passo nel bosco è un gesto di fiducia, ogni scavo un dialogo con la natura.
L’Associazione Ricercatori Tartufi Oltrepò Pavese rinnova questa filosofia, trasformando un sapere antico in coscienza moderna: custodire per tramandare, condividere per crescere.
Così, tra le colline e i boschi dell’Oltrepò, il profumo del tartufo racconta ancora una storia di passione, di rispetto e di amore per la nostra terra.
Nel panorama delle fiere italiane dedicate al tartufo, il Salone Nazionale del Tartufo Bianco Pregiato di Città di Castello rappresenta un caso di studio significativo per capacità organizzativa, approccio territoriale e visione sistemica.
Giunto alla 45ª edizione, l’evento si conferma come punto di riferimento per la promozione del tartufo bianco dell’Alta Valle del Tevere e, più in generale, per il comparto delle produzioni d’eccellenza legate al bosco e alla micologia spontanea.
(biancopregiato.it)
Tradizione e innovazione nella filiera del tartufo
La manifestazione nasce con l’intento di valorizzare l’intera filiera del tartufo, dal tartufaio al ristoratore, dal ricercatore al consumatore, integrando competenze tecniche, pratiche sostenibili e strategie di promozione turistica.
L’obiettivo è chiaro: rafforzare il posizionamento del tartufo bianco pregiato umbro come prodotto identitario, sostenibile e ad alto valore aggiunto, mantenendo al contempo un forte legame con le radici culturali del territorio.
Il Salone si colloca nel solco delle politiche regionali di valorizzazione delle aree interne e dell’agroalimentare di qualità, diventando un laboratorio permanente di confronto tra enti locali, associazioni di categoria, imprese e università.
Un format esperienziale e tecnico
L’edizione 2025 — in programma dal 31 ottobre al 2 novembre — propone un articolato calendario di appuntamenti che alternano momenti divulgativi, tecnici e promozionali.
Oltre al mercato dedicato ai tartufi freschi e ai prodotti derivati, il Salone ospita:
Laboratori sensoriali e analisi organolettiche sul tartufo bianco pregiato, finalizzati alla conoscenza dei parametri qualitativi e delle caratteristiche aromatiche.
Show cooking professionali, incentrati sulla corretta manipolazione e valorizzazione del prodotto in cucina, con particolare attenzione alla conservazione del profilo aromatico.
Masterclass tematiche dedicate all’abbinamento del tartufo con oli, vini e materie prime locali, in un’ottica di integrazione fra filiere umbre d’eccellenza.
Laboratori formativi per studenti e operatori, volti a trasferire competenze in materia di ricerca, tracciabilità e tutela della risorsa tartufigena.
Gara cinofila di cavatura del tartufo, elemento simbolico che richiama la tradizione e l’importanza del binomio uomo-cane nella raccolta sostenibile.
Eventi culturali e talk professionali, che affrontano temi di gestione del bosco, impatto climatico e modelli di governance del territorio.
Un evento strategico per il sistema del tartufo
Il Salone si distingue per un approccio integrato e multidisciplinare: non una semplice mostra mercato, ma una piattaforma di dialogo che mette in relazione istituzioni, operatori economici e mondo accademico.
Grazie a questa impostazione, la manifestazione contribuisce alla costruzione di una filiera più coesa e qualificata, promuovendo buone pratiche di raccolta, tracciabilità e certificazione del prodotto.
L’iniziativa favorisce inoltre lo sviluppo di nuove sinergie fra enogastronomia e turismo esperienziale, rafforzando il posizionamento di Città di Castello come polo d’attrazione per un pubblico di professionisti, buyer e appassionati di alto profilo.
Impatto e prospettive
L’esperienza maturata nelle precedenti edizioni dimostra come un evento di questo tipo possa generare ricadute economiche e reputazionali concrete per il territorio.
Il Salone non solo stimola la domanda di tartufo e prodotti derivati, ma consolida l’immagine dell’Umbria come area di riferimento per la qualità, la sostenibilità e la cultura gastronomica.
In un contesto in cui la gestione del bosco e la salvaguardia della biodiversità diventano temi centrali, il Salone Nazionale del Tartufo Bianco Pregiato rappresenta un modello replicabile di governance territoriale: una manifestazione che unisce la valorizzazione del prodotto all’educazione ambientale e alla promozione culturale.
Insomma, il Salone Nazionale del Tartufo Bianco Pregiato di Città di Castello si conferma come evento cardine nel calendario fieristico italiano e laboratorio d’innovazione per la filiera del tartufo.
La sua forza risiede nella capacità di coniugare dimensione economica, culturale e scientifica, costruendo un racconto coerente del tartufo come risorsa identitaria e sostenibile.
Un appuntamento imprescindibile per chi opera nel settore e desidera comprendere — e anticipare — le nuove traiettorie di sviluppo del “diamante della terra”.