Autore: Eleonora Berardinetti

Nasce l’associazione Tartufai e Tartuficoltori delle Valli Raio-Aterno in Abruzzo

Nella sala consiliare del Comune è stata costituita la nuova associazione Tartufai e Tartuficoltori delle Valli Raio-Aterno, realtà che si propone di diventare un punto di riferimento per appassionati e operatori del settore nella zona ovest del territorio aquilano e nella città dell’Aquila.

A un mese dalla fondazione si contano già circa sessanta soci, ma l’obiettivo dichiarato è raggiungere le cento iscrizioni entro la fine dell’anno. La partecipazione crescente testimonia l’interesse verso il mondo del tartufo e la volontà di costruire un’organizzazione capace di valorizzare e tutelare una risorsa di grande importanza per l’economia e la tradizione locale.

Contestualmente è stato insediato il Consiglio Direttivo, guidato dal presidente Pierluigi Del Signore e composto dal vicepresidente Daniele Mazza, dal segretario Andrea De Nuntiis, dal tesoriere Orlando Aliucci e dai consiglieri Silvio Carnicelli, Cesare Cipriani, Tito Paolelli, Aldo Di Mario, Sergio Coletti, Simone Fiamma e Stefano Masucci. Una squadra che rappresenta l’intero territorio e che intende lavorare per dare risposte concrete agli iscritti e alla comunità.

Tra le linee programmatiche figurano la promozione dell’amicizia tra i tartufai, la tutela della libera cerca, il rispetto delle regole e degli areali tartufigeni, oltre alla partecipazione a eventi di settore e all’organizzazione di iniziative dedicate.

Il percorso della nuova associazione si apre in un momento di particolare dibattito, legato alla bozza di legge regionale che sta animando discussioni tra appassionati e operatori. La difesa della libera cerca e la richiesta di maggiori tutele per il comparto saranno tra le sfide principali che il sodalizio dovrà affrontare nei prossimi mesi.

Con questa costituzione, le Valli Raio-Aterno si dotano di uno strumento associativo capace di dare voce alle esigenze dei tartufai e dei tartuficoltori locali, rafforzando un patrimonio che unisce tradizione, cultura e risorse del territorio aquilano.

Parte il piano regionale per valorizzare il tartufo: al via il progetto “Sviluppo del tartufo in Sicilia”

Dalla provincia di Agrigento prende avvio un programma destinato a ridisegnare il futuro del tartufo in Sicilia. Con l’attuazione della legge regionale n. 35 del 2020, l’Isola punta a sviluppare un comparto ancora poco esplorato ma ricco di potenzialità economiche, basato sull’individuazione degli ecosistemi tartufigeni e sulla coltivazione di piante micorrizate.

Il ruolo del Coretas

Per dare concretezza al progetto, la Regione ha istituito il Coretas, ufficio di coordinamento regionale dei tartufi, operativo a Cianciana, in provincia di Agrigento. La struttura, composta da micologi, esperti di microscopia e operatori tecnici, ha il compito di guidare la fase di avvio attraverso studi, rilievi e supporto agli operatori. L’attività è già diffusa in tutte le province siciliane e prevede la mappatura delle aree boschive con potenziale tartufigeno. La Regione Siciliana ha istituito il Coretas, l’ufficio di coordinamento regionale dei tartufi di Sicilia, che già opera nella sede Cianciana, in provincia di Agrigento. Fanno parte del coordinamento il funzionario direttivo Destrino Giuseppe Papia, micologo, dai collaboratori Franco Abella, esperto di microscopia, Paolo Manzullo, micologo, e dagli operatori Giovanna Ciraolo e Francesca D’Amico. Ha preso il via l’accordo di collaborazione tra il Dipartimento Regionale dell’Agricoltura, diretto da Fulvio Bellomo, e il Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e Territoriale, e guidato da Alberto Pulizzi.

Gli obiettivi del progetto

Il piano, denominato “Sviluppo del Tartufo in Sicilia”, mira a valorizzare il demanio forestale e a trasformare il tartufo in una nuova risorsa economica per il territorio. Tra le priorità figurano: identificazione cartografica delle zone idonee; sperimentazione di tecniche innovative di inoculo in relazione alle condizioni pedoclimatiche; istituzione dell’albo delle tartufaie coltivate; controllo e collaudo degli impianti esistenti; definizione dei disciplinari di produzione. Il programma comprende anche la formazione professionale con corsi specialistici e rilascio dei tesserini per la cerca e la raccolta, oltre ad attività didattiche ed educative rivolte alle scuole e al settore della ristorazione.

Le infrastrutture di supporto

Uno degli snodi principali sarà l’adeguamento del centro regionale di conservazione del germoplasma di Valle Maria, a Godrano (Palermo). Qui si prevede la realizzazione di cinque siti sperimentali di circa un ettaro ciascuno, con materiale autoctono inoculato. A supporto è prevista anche la collaborazione del vivaio “Filici” di Cammarata, che potrà contribuire alla produzione vivaistica delle piante tartufigene.

Rete territoriale e prospettive

Il progetto intende inoltre rafforzare la presenza siciliana all’interno dell’associazione nazionale Città del Tartufo, oggi limitata a pochi comuni. L’obiettivo è coinvolgere un numero crescente di amministrazioni locali, soprattutto nei territori montani, dai Nebrodi alle Madonie, dagli Iblei ai Peloritani, dove i boschi potrebbero nascondere nuove risorse tartufigene.

Laboratori e ricerca

Accanto all’attività di mappatura e coltivazione, è previsto lo sviluppo di un moderno laboratorio di microscopia micologica presso la sede di Cianciana. La struttura avrà il compito di garantire supporto scientifico e assistenza tecnica a vivaisti, cavatori e coltivatori. Contestualmente, le aree individuate in Sicilia confluiranno nel catasto nazionale dei terreni tartufigeni, integrando così la rete informativa a livello italiano.

Un comparto in crescita

Il tartufo, da sempre considerato un prodotto d’eccellenza in cucina, diventa in Sicilia una leva di sviluppo agricolo e turistico. Con questo progetto la Regione punta a trasformare una risorsa naturale poco valorizzata in un comparto strutturato, capace di creare nuove opportunità occupazionali e di consolidare il legame tra biodiversità, economia locale e cultura gastronomica.

Un manuale per coltivare i tartufi: l’eredità scientifica di Mattia Bencivenga diventa guida pratica per tecnici e agricoltori

Una sintesi di oltre quarant’anni di ricerca e sperimentazione, tradotta in uno strumento pratico per chi lavora sul campo. È questo il cuore del manuale La coltivazione pratica dei tartufi, presentato a fine settembre nell’aula Magna del Dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e ambientali dell’Università di Perugia.

Il volume, firmato dal professor Mattia Bencivenga, già ordinario di Botanica ambientale e applicata dell’ateneo perugino, insieme a Gabriella Di Massimo e Matteo Galletti, nasce dall’esigenza di mettere ordine in un settore in continua evoluzione, ma spesso frammentato nelle pratiche agronomiche.

“Negli ultimi decenni la tartuficoltura ha compiuto passi enormi – ha spiegato Bencivenga – ma molti risultati scientifici non sono stati ancora recepiti pienamente dagli operatori. Serviva un manuale semplice, chiaro e aggiornato, che potesse essere utile ai tecnici e leggibile anche da chi non è specialista”.

Il contenuto del manuale

Con le sue oltre 180 pagine illustrate, il libro descrive in maniera dettagliata la coltivazione delle principali specie di tartufo commercializzabili in Italia, in base alla legge quadro 752 del 1985: dal bianco pregiato al nero pregiato, dallo Scorzone al tartufo uncinato, fino alle varietà meno note come il nero liscio e l’ordinario.

L’obiettivo è duplice: fornire agli agronomi e ai vivaisti un quadro tecnico di riferimento e offrire ai tartuficoltori una guida concreta per progettare e condurre correttamente le tartufaie coltivate.

Una storia di ricerca lunga quarant’anni

La presentazione è stata anche l’occasione per ripercorrere le tappe della tartuficoltura italiana, che proprio a Perugia ha mosso i primi passi. “Tra il 1975 e il 1977 – ha ricordato Bencivenga – insieme al professor Bruno Granetti ci avvicinammo al tartufo dopo aver saputo che in Francia avevano iniziato a coltivare il nero pregiato. Eravamo inesperti, ma iniziammo a fare prove di micorrizazione e nel 1980 impiantammo a Volperino la prima tartufaia sperimentale in Italia”.

Da allora la ricerca non si è mai fermata, alimentata anche dall’impegno dei suoi allievi. Gabriella Di Massimo, che ha dedicato trent’anni allo studio e alla gestione di impianti tartufigeni, e Matteo Galletti, vivaista specializzato in nuove tecniche di produzione delle piante micorrizate, hanno contribuito alla stesura del manuale portando esperienze pratiche maturate sul campo.

Un settore strategico per l’Umbria e non solo

“Il tartufo è un prodotto richiesto in tutto il mondo e, se coltivato correttamente, garantisce reddito alle aziende e alle comunità locali”, ha sottolineato Di Massimo. Non a caso l’Umbria, grazie anche all’eredità scientifica di Bencivenga, è oggi una delle regioni più attive nella tartuficoltura.

Il futuro del settore guarda però anche a sfide ancora aperte. Come ha ricordato Galletti, il tartufo bianco pregiato resta non coltivabile, ma le nuove tecniche vivaistiche e l’applicazione della biologia molecolare hanno permesso di produrre le prime piante micorrizate. “Non abbiamo ancora tutte le conoscenze necessarie per la sua coltivazione – ha spiegato – ma le sperimentazioni avviate potranno gettare le basi per un traguardo che sarebbe storico”.

Un ponte tra scienza e pratica

Il manuale non è solo un’opera tecnica, ma rappresenta la sintesi di una comunità scientifica e produttiva che, partendo dall’Umbria, ha contribuito a fare dell’Italia uno dei poli mondiali della tartuficoltura.

Un testo destinato a diventare punto di riferimento per tecnici, agronomi e tartuficoltori, ma anche un lascito di conoscenze a chi vuole continuare a scrivere la storia di un prodotto che, con la sua rarità e il suo valore, rappresenta un vero e proprio patrimonio culturale ed economico.

Il futuro del tartufo abruzzese al centro del dibattito: Avezzano capitale del confronto

Avezzano è stata teatro di un importante incontro pubblico dedicato al futuro del comparto del tartufo, riunendo esperti e tartufai da tutto l’Abruzzo e oltre. L’iniziativa, fortemente voluta dall’Associazione Tartufai della Marsica, si è svolta con l’obiettivo di avviare un confronto costruttivo sulle sfide e le opportunità del settore.

L’evento ha visto la partecipazione di figure istituzionali e associative di spicco, a testimonianza dell’importanza attribuita al tema. Tra i presenti, il sottosegretario all’Agricoltura Luigi D’Eramo, il vicepresidente della Regione Abruzzo Emanuele Imprudente, il presidente Fnati (Federazione Nazionale Associazioni Tartufai Italiani) Fabio Cerretano e il presidente Catra (Consorzio Abruzzese Tutela e Valorizzazione del Tartufo) Gabriele Caporale. Numerosi anche i rappresentanti delle associazioni di tartufai, giunti per dare il proprio contributo.

“La grande partecipazione è motivo di orgoglio; vedere così tante persone coinvolte dimostra quanto il tema sia sentito”, ha dichiarato Vittorio Letta, Presidente dell’associazione Tartufai della Marsica, “l’incontro ha offerto una preziosa occasione per dare voce ai Tartufai, alle associazioni, a chi il bosco lo vive ogni giorno”. Il dibattito, definito “serio e partecipato”, si è concentrato su punti cruciali per il settore: la proposta di legge Bergesio, la tutela delle tartufaie naturali e l’urgenza di aggiornare le normative vigenti. L’obiettivo è quello di farlo “con buon senso e conoscenza del territorio”.

L’Associazione Tartufai della Marsica si dichiara soddisfatta del risultato raggiunto. “Abbiamo centrato l’obiettivo: portare l’attenzione delle istituzioni sulle reali esigenze del mondo del tartufo”, ha concluso Letta, evidenziando il successo dell’iniziativa nel promuovere un dialogo diretto tra le istituzioni e gli operatori del settore, essenziale per la salvaguardia e lo sviluppo di una risorsa così preziosa per il territorio abruzzese.

Per il vicepresidente Imprudente l’incontro di Avezzano è stato “divulgativo e informativo, dedicato alle novità normative che riguardano il mondo del tartufo. Un’occasione per confrontarsi sul futuro del tartufo in Italia e sulle possibili evoluzioni del settore”.

La guerra del tartufo: a processo l’uomo accusato di aver ucciso 11 cani da ricerca

Nel cuore dell’Abruzzo, una delle regioni italiane più ricche di tartufo bianco pregiato, si sta celebrando un processo che svela il lato più oscuro della ricerca di questo tesoro sotterraneo. A Pescara, davanti al giudice monocratico, è finito un uomo di 77 anni accusato di una lunga serie di reati legati alla “guerra del tartufo”.

Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe deliberatamente avvelenato almeno 11 cani da tartufo tra il 2015 e il 2020, tutti appartenenti a ricercatori concorrenti. Gli animali sarebbero stati uccisi con bocconi avvelenati disseminati in aree boschive frequentate dai cercatori. Il movente? Ridurre la concorrenza nei territori più redditizi per la raccolta del tuber magnatum pico, un prodotto che può raggiungere e superare i 2.500 euro al chilo.

I capi d’imputazione non si fermano alla sola uccisione di animali. L’uomo deve rispondere anche di danneggiamenti alle auto dei rivali, porto abusivo di ordigno incendiario, minacce gravi e detenzione illegale di munizioni. Coinvolto nel procedimento anche un secondo imputato, un 33enne accusato di aggressione su presunto mandato del principale indagato.

A rendere il quadro ancora più inquietante, il fatto che la Procura sia in possesso di un filmato in cui si vede una persona sistemare esche avvelenate e un ordigno sotto un’auto. Anche se la targa non è leggibile, l’auto ripresa coincide con quella posseduta da uno degli imputati.

Il processo, che tornerà in aula a luglio per ascoltare i testimoni della difesa, solleva interrogativi profondi sull’etica e sulla legalità nel mondo della raccolta del tartufo. Un mondo spesso idealizzato, ma che nasconde dinamiche violente quando in gioco ci sono interessi economici altissimi. Come ricordano gli inquirenti, un solo esemplare da oltre un chilo è stato battuto all’asta nel 2019 per 120mila euro.

Il caso di Pescara è uno dei pochi ad essere giunto in tribunale, ma potrebbe rappresentare solo la punta dell’iceberg di una concorrenza spietata che spesso non emerge per paura o mancanza di denunce.

Puglia terra di tartufi: scoperte 9 varietà autoctone tra Gargano e Salento

La Puglia si candida ufficialmente a diventare una delle nuove protagoniste italiane nel mondo del tartufo. Durante un recente convegno organizzato da associazioni tartufigene locali, è stato presentato un quadro sorprendente: nella regione sono presenti ben nove varietà di tartufo, distribuite su sette aree tartufigene e in 58 comuni, dal Gargano fino al Salento.

Tra le specie più diffuse figurano lo scorzone, il bianchetto, l’uncinato e il mesenterico, tutte varietà già conosciute e apprezzate nel panorama gastronomico nazionale. Tuttavia, la vera novità sta nell’avere mappato con precisione la diffusione del tartufo anche in territori dove la tradizione tartuficola non era ancora ufficialmente riconosciuta.

Questo censimento e l’attenzione crescente da parte delle istituzioni aprono a scenari interessanti: la tartuficoltura può rappresentare una risorsa economica alternativa, soprattutto nelle zone colpite da crisi agricole, come il Salento, dove l’epidemia di Xylella ha devastato l’olivicoltura.

Durante l’incontro, al quale hanno preso parte agronomi, imprenditori agricoli, esperti ambientali e chef, è stato sottolineato come lo sviluppo di una filiera del tartufo pugliese possa generare valore non solo per il mercato alimentare, ma anche in ottica di turismo esperienziale ed enogastronomico.

La Regione Puglia, intanto, si è detta pronta a sostenere iniziative di ricerca, formazione e promozione. L’obiettivo è chiaro: far emergere un potenziale ancora inespresso e posizionare la Puglia tra le regioni di punta per la produzione e valorizzazione del tartufo italiano.

Per gli amanti del tartufo e gli operatori del settore, si apre così una nuova e promettente frontiera tutta da scoprire.

Degiacomi confermato alla guida del Centro nazionale Studi Tartufo: nuove sfide per la tutela della cerca

L’assemblea del Centro nazionale Studi Tartufo ha confermato Antonio Degiacomi alla guida dell’importante realtà che da anni opera per la tutela del settore. I lavori si sono svolti lunedì 20 maggio, nella storica Sala della resistenza del Comune di Alba. È stata l’occasione per fare il punto sull’attività dell’anno appena trascorso e per procedere al rinnovo delle cariche sociali. Degiacomi è stato confermato alla presidenza, mentre il nuovo consiglio di amministrazione è stato costruito in base alla rappresentanza territoriale delle province di Alessandria, Asti e Cuneo, con la partecipazione di amministratori locali, ATL, Camera di Commercio e associazioni di trifolao.

Uno dei momenti più sentiti dell’assemblea è stato il ricordo di Giacomo Oddero, fondatore e presidente del Centro per 15 anni, recentemente scomparso. A rendergli omaggio, con parole cariche di affetto e riconoscenza, sono stati il senatore Zanoletti, Gran Maestro dei Cavalieri del Tartufo e dei Vini d’Alba, il presidente dell’ATL Mariano Rabino, il sindaco di Alba, Alberto Gatto e numerosi altri intervenuti.

Tra i temi affrontati nell’assemblea, ha suscitato particolare preoccupazione il disegno di legge n. 1412, presentato in Senato dal senatore Bergesio, che prevede restrizioni alla libera cerca del tartufo. I soci del Centro hanno espresso forti perplessità, sottolineando come questa pratica rappresenti non solo un elemento identitario e culturale, ma anche una risorsa economica fondamentale per i territori vocati. Le osservazioni critiche del Centro sono già state trasmesse e illustrate alla Commissione competente del Senato.

Nonostante un 2024 segnato da una produzione in calo di tartufi in Piemonte e a livello nazionale, l’attività del Centro è stata intensa e ricca di iniziative. Tra i momenti più significativi, il convegno nazionale organizzato durante la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, intitolato “Forza e fragilità della filiera del Tuber magnatum Pico”, ha acceso i riflettori sui rischi derivanti dai cambiamenti climatici e sulle buone pratiche adottate dalla comunità dei cercatori.

Ampio spazio è stato dedicato anche alla formazione e sensibilizzazione, con progetti che hanno coinvolto sia le scuole che le fiere piemontesi. Tra questi, un corso per nuovi giudici di analisi sensoriale, attività didattiche rivolte ai più giovani e iniziative per la diffusione della cultura del tartufo. Di particolare rilievo anche l’adozione di un protocollo di qualità certificato in blockchain, realizzato in collaborazione con Var Group, e la partecipazione al progetto nazionale sulla trasmissione dei saperi tradizionali legati alla cerca, culminato con il documentario “Storie di alberi, cani e cercatori”.

Il nuovo consiglio di amministrazione sarà ora chiamato a proseguire lungo questo solco, valorizzando ulteriormente la cultura tartufigena e ampliando le attività anche in ambiti strategici come la gastronomia locale e la promozione dei tartufi neri.

Editoria al tartufo: il nuovo libro di Stefano Bordoni

Nel cuore dell’Umbria, a Trevi, il tartufo non è solo un pregiato ingrediente gastronomico, ma un simbolo identitario che affonda le sue radici nella storia locale. A testimoniarlo è il libro Storia del tartufo a Trevi dal Quattrocento a San Pietro a Pettine, scritto dallo storico Stefano Bordoni. Questa pubblicazione inaugura la collana editoriale “Produzioni Trevane”, nata con l’obiettivo di esplorare e divulgare la storia delle eccellenze produttive del territorio, partendo proprio dal tartufo.

Il volume, presentato a fine maggio, ripercorre secoli di tradizione, evidenziando come il tartufo sia stato parte integrante della vita agricola e gastronomica trevana fin dal Quattrocento. La pubblicazione è stata resa possibile grazie al contributo della Tenuta San Pietro a Pettine, storica azienda agricola situata sulle pendici dei colli di Trevi. La tenuta è rinomata per la produzione di tartufi di alta qualità e per il suo impegno nella promozione delle tradizioni locali.

Fondata nel 1948, la Tenuta San Pietro a Pettine è oggi guidata da Carlo Caporicci, che ha ereditato la passione per il tartufo dallo zio, pioniere nella lavorazione e conservazione di questo pregiato fungo. La tenuta si estende su oltre 2000 ettari di tartufaie protette, dove si coltivano diverse varietà di tartufo, tra cui il bianco pregiato (Tuber magnatum pico) e il nero pregiato (Tuber melanosporum). La raccolta avviene con l’ausilio di cani addestrati, nel rispetto dell’ambiente e delle pratiche sostenibili.

Oltre alla produzione di tartufi, la Tenuta offre esperienze immersive come la caccia al tartufo, guidata da esperti cavatori e dai loro fedeli cani. Queste escursioni permettono ai visitatori di scoprire i segreti della ricerca del tartufo, seguite da degustazioni che ne esaltano le proprietà aromatiche e gustative.

Con la pubblicazione del libro di Bordoni e le iniziative della Tenuta, Trevi riafferma il suo legame profondo con il tartufo, celebrando un patrimonio culturale e gastronomico che continua a evolversi, mantenendo vive le tradizioni e guardando al futuro con passione e dedizione.

Il progetto editoriale, infatti, nasce con l’intento di fornire un punto di riferimento solido e fruibile per approfondire il legame profondo tra Trevi e il tartufo, evidenziando quanto questa eccellenza sia intrecciata alla storia, alla cultura e allo sviluppo economico del territorio. Allo stesso tempo, il volume rappresenta un ponte tra tradizione e contemporaneità, offrendo una narrazione capace di trasmettere alle future generazioni il valore e il significato di un’eredità ancora viva.

News in pillole

In Sardegna i tartufi crescono grazie… alle pecore: al via il progetto Tastos

Tartufi e pecore: non è il titolo di un nuovo piatto gourmet, ma l’inedito abbinamento su cui punta la Sardegna per valorizzare il proprio tartufo, ancora poco noto rispetto a quello piemontese o umbro. L’idea innovativa arriva dal progetto Tastos (Tartuficoltura Sarda Tecnologie Orientate alla Sostenibilità), nato nell’ambito del Programma di sviluppo rurale con il supporto del Cnr, dell’Università di Sassari e di aziende locali.

Cuore del progetto è la creazione di tartufaie con alberi micorizzati – in particolare noccioli – coltivati in vivaio. E per mantenere pulito il sottobosco, condizione essenziale per far fruttare i tartufi, entrano in scena le pecore: brucando impediscono la crescita eccessiva dell’erba e favoriscono l’esposizione alla luce.

Il pascolo, pratica quasi assente nelle tartufaie italiane, potrebbe così diventare un modello sostenibile per l’ambiente e l’economia locale. Obiettivo: ridurre i costi, abbattere l’impatto ambientale e creare una nuova filiera sarda del tartufo e delle nocciole.

Tartufo protagonista in Toscana: a Nebbiano il via a un progetto europeo per l’agroforestazione

Non solo vino e olio. A brillare tra le eccellenze dell’Empolese Valdelsa è ora anche il tartufo, protagonista assoluto del progetto europeo “Cosmos”, che ha preso il via il 4 giugno nell’azienda agricola “Il Sole di Nebbiano”. Il kick-off meeting ha riunito ricercatori e agricoltori da otto paesi del Mediterraneo, con l’obiettivo di sviluppare strategie agroforestali sostenibili combinando tartufi, piante aromatiche, alberi da frutto e specie mellifere.

L’Italia partecipa con un unico sito dimostrativo, proprio a Nebbiano, scelto per testare tecnologie innovative come sensori, irrigazione smart e agricoltura di precisione.

“Essere stati selezionati è un riconoscimento importante per il nostro lavoro e per il territorio”, spiegano Diego e Francesco Tomasulo, titolari dell’azienda. Il progetto, coordinato con l’Università di Siena e il CNR, punta a rafforzare la biodiversità, valorizzare il tartufo bianco pregiato e offrire nuove opportunità di sviluppo locale. I risultati saranno diffusi online, sui social e attraverso riviste scientifiche.

Raccolta illegale di tartufi ad Aielli, sanzione da 4.500 euro

I carabinieri del Nucleo Parco di Gioia dei Marsi, in provincia dell’Aquila, appartenenti al comando per la Tutela Forestale e dei Parchi, sono intervenuti in località Fosso Rovito – La Vella, nel territorio comunale di Aielli, a seguito di una segnalazione arrivata alla centrale operativa 1515 dell’Aquila. I militari hanno colto in flagranza un uomo intento alla raccolta di tartufi in violazione della normativa vigente.

All’individuo sono state contestate diverse infrazioni previste dalla legge regionale 66 del 2012: raccolta in periodo vietato, mancato pagamento della tassa di concessione e uso di attrezzi non conformi.

I carabinieri forestali hanno elevato una sanzione amministrativa pari a 4.500 euro e disposto il sequestro dei tartufi e dell’attrezzatura utilizzata. L’operazione rientra nell’ambito delle attività di controllo mirate alla tutela dell’ambiente e alla valorizzazione del lavoro regolare dei tartufai. I controlli proseguiranno anche nei prossimi giorni.

La tutela del Tuber magnatum, questa sconosciuta

*di Laura Giannetti

L’obiettivo di questo scritto, per quanto un po’ polemico nel titolo, è cercare di dare un inquadramento logico ai tanti discorsi fatti e sentiti. Ultimamente purtroppo stiamo assistendo ad una pericolosa deriva nella quale invece di dare spazio alle competenze acquisite ed alle sperimentazioni svolte si preferisce riferire solo pareri, pensieri, idee o sensazioni, in pratica un minestrone infernale dentro il quale si può trovare di tutto. La tutela del tartufo bianco è dispersa là dentro, sconosciuta ai più per senso e finalità. Non stupisce quindi che non si riesca a “dare le gambe” a progetti di tutela efficaci perché se l’obiettivo non è chiaro allora sarà impossibile comprendere anche come fare a raggiungerlo.

Prima di tutto per affrontare il tema della tutela delle tartufaie di bianco pregiato è importante prendere consapevolezza di due evidenze empiriche che sono di facile osservazione nel mondo reale:

  • la prima è che le tartufaie non sono isole, ma fanno parte di un territorio dove accadono molte cose;
  • la seconda e che concetti come tutela e produzione vanno a braccetto, ma non sono la stessa cosa. Ne consegue che le tartufaie naturali a raccolta riservata, da sole e per quanto ben gestite, non possono garantire nel tempo la conservazione della risorsa.

Tartufaie controllate e habitat di tutela. Concetti diversi e funzioni diverse.

La tartufaia controllata prevista dalla norma regionale e nazionale persegue il miglioramento produttivo della tartufaia che sta alla base dello “scambio” con l’esclusività della raccolta. L’interesse per migliorare la produzione della tartufaia è tanto maggiore quanto più è scarso, dal punto di vista economico[1], il bene prodotto (es. Tuber magnatum). La sfera di interesse è sostanzialmente di tipo privato.

[1] Bene economico scarso: un bene per il quale la disponibilità è sensibilmente inferiore alla quantità richiesta dal mercato.

Quando invece parliamo di habitat di tutela del tartufo bianco [2], l’aspetto rilevante è la conservazione della risorsa (tutela). Infatti identificare gli habitat di tutela significa definire gli ambienti di crescita del tartufo, che sebbene geograficamente distanti, sono accomunati dalle stesse fragilità. Nessun dottore al mondo può dare la cura giusta se non conosce la malattia, ne deriva che conoscere le fragilità degli ambienti di produzione del T.magnatum schematizzandole per “ambienti-tipo” sia il primo passo fondamentale da fare. Gli ambienti accumunati dalle stesse fragilità hanno infatti le medesime esigenze di tutela. Definire questi ambienti “tipo” significa anche cogliere le criticità o le minacce esterne ai siti di produzione. Va da sé che tutelare la risorsa a livello regionale è un interesse prevalentemente pubblico.

Tradotto in soldoni significa che se non decolla in ciascuna regione un progetto regionale di tutela delle superfici tartufigene di effettiva produzione[3], le tartufaie controllate non possono svolgere da sole un ruolo efficace nella tutela della risorsa.

Di habitat di tutela ne possono esistere vari per il T.magnatum, ed ovviamente vanno definiti nello specifico per ciascuna regione.

In alcune tipologie di questi ambienti, là dove è minore la pressione delle attività antropiche, la gestione della singola tartufaia può corrispondere alla tutela di quell’habitat, ma non è possibile sposare questa equivalenza in generale, in quanto vi sono molti casi, reali e da me osservati negli anni,  nei quali la compromissione della tartufaia (anche controllata) avviene per fattori  esterni ad essa.

Ne sono esempi evidenti:

  1. La necessità di accordi territoriali tra Associazioni tartufai e Consorzi di bonifica per gli habitat di crescita di fondovalle (nello specifico habitat di tutela di fondovalle aperto), dove le attività dei Consorzi sui corsi d’acqua in loro gestione esercitano una competizione funzionale sugli ambienti di produzione del tartufo bianco pregiato, con danni talora notevoli. Risolvere questa specifica fragilità, dovuta ad un fattore esterno alla tartufaia (l’attività del Consorzio di Bonifica che ha come finalità quella della sicurezza idraulica), richiede specifici protocolli. Il termine protocollo non deve intimorire perché non sono altro che norme volontarie di tutela che vengono decise tra le parti e siglate tramite accordi e convenzioni. Queste si concretizzano:
  • nel calibrare gli interventi, magari con l’assistenza delle Associazioni;
  • nell’inserimento di specifiche contrattuali di tutela nei contratti di appalto quali ad esempio limitare il cantiere di lavoro (sono previsti nel contratto soltanto interventi manuali con attrezzature leggere quali motosega e verricello) in modo da evitare danni irreparabili al suolo tartufigeno;
  • escludere appositamente da parte del Consorzio la cessione gratuita della legna alla ditta di taglio, in modo da non favorire tagli superiori allo strettamente necessario contrastando contemporaneamente il prelievo, sempre preferito, delle specie quercine (simbionti) a fronte del rilascio di Robinia (infestante);

[2] Conoscere per tutelare: relazione di aggiornamento della mappatura e censimento delle aree tartufigene in Toscana. Regione Toscana  a cura di L.Gardin e L.Giannetti – 2024

[3] Le aree di effettiva produzione non sono aree “vocate”, non sono quelle “potenzialmente” produttive. Ma non sono neppure quelle più produttive all’attualità, magari con produzioni costanti e concentrate. Hanno una definizione specifica che consente di censire quanto è importante tutelare, ma evitando di imporre vincoli oltre il necessario.

A sn Tartufaia naturale censita ma ancora priva di normativa di tutela. Abbattibile senza iter autorizzativo come una qualsiasi pioppeta. A dx – Evidenti i danni irreversibili al suolo tartufigeno dovuti al cantiere di lavoro non appropriato
  1. 2 Il danneggiamento di tartufaie controllate in ambienti di tutela di fondovalle chiuso per:
  • interramento dei fossi e frane che, in ragione del maggior numero di eventi estremi, si realizzano più facilmente per la mancata regimazione delle acque a monte. E’ noto a tutti quelli che operano nelle campagne come la perdita di un reticolo minuto e gerarchizzato di regimazione delle acque meteoriche nelle coltivazioni a monte provochi la riduzione dei tempi di corrivazione delle acque con aumento del loro carico solido; Si possono perdere molte tartufaie naturali, anche controllate, in queste situazioni.
Gravi danni in tartufaia controllata di fondovalle per mancata regimazione delle acque a monte
  • degrado del sito (sebbene gestito come tartufaia controllata) per utilizzo come vie di esbosco da parte di attività agro-forestali limitrofe – con danneggiamento del suolo, deviazione del corso d’acqua dovuto al passaggio di grandi mezzi a ruote, interruzione dei fossi per effettuare il passaggio dei mezzi senza che sia ripristinato l’ambiente a fine lavori.
  • mancanza di acqua al Fosso nei periodo estivo dovuta anche alla perdita dei canali di adduzione, ne rendono testimonianza la  progressiva rarefazione dei salici bianchi, ormai residuali e non più produttivi in molti ambienti tartufigeni.

Questi semplici esempi chiariscono a mio avviso che la tutela della tartufaia non è garantita dalla manutenzione, per quanto accurata, della sola tartufaia!

Ma allora, se le tartufaie controllate, da sole, non possono garantire la tutela della risorsa, quali sono le strade da percorrere?

Teoricamente il percorso è semplice, nella pratica è un’attività che ciascuna regione italiana dovrebbe  sposare con convinzione,  con obiettivi chiari e strumenti aderenti allo scopo.

Il primo punto è la conoscenza della risorsa che si vuole tutelare. Per questo, in ogni Regione, alle molte iniziative che riguardano la caratterizzazione del prodotto, la sua valorizzazione ed il suo mercato si dovrebbero affiancare:

  • la mappatura delle aree di effettiva produzione tartufigena comprensiva di censimento delle aree a raccolta riservata;
  • l’individuazione all’interno del panorama di cui sopra degli ambienti o habitat di tutela che ci consentono di avere chiare le esigenze di tutela per ciascun ambiente-tipo in una determinata Regione;

Il secondo punto è l’individuazione degli strumenti di tutela:

l’inserimento di norme dedicate alle aree tartufigene individuate (norme vincolanti) nei regolamenti di attuazione delle leggi forestali per contrastare i tagli devastanti delle tartufaie naturali così come gli esboschi selvaggi. Inutile dire che siamo indietro anni luce, anche perché se non sai dove applicarle (la scala della mappatura deve potersi sovrapporre al catastale!) è impossibile dare prescrizioni idonee, così come è importante che i tagli delle aree riparie, anche se costituite soltanto da pioppi siano oggetto di autorizzazione (altrimenti come puoi dare indicazioni specifiche per la loro tutela nel momento del taglio?);

– Taglio del soprassuolo in una tartufaia naturale con un dannoso prelievo preferenziale di specie quercine, e rilascio di rare matricine di carpino bianco
  • nell’inserimento di norme dedicate alle aree tartufigene negli strumenti urbanistici dei Comuni (per le aree tartufigene che non possono essere tutelate dalle norme forestali)
  • concertazione di norme volontarie (protocolli di intervento tartufo-compatibili) con tutti quegli attori che operano negli ambienti tipici di produzione del Magnatum (es. Consorzi di bonifica; Enti Parco; Demanio Forestale);
  • incentivazione pubblica di buone pratiche tartufo-sostenibili alle aziende agricole che esercitano le loro attività nell’intorno delle aree tartufigene[4]. Il loro ruolo, sebbene esterno ed indiretto,  può essere sinergico nei confronti del mantenimento della risorsa, in questo caso possiamo davvero

[4] L’indennità “a pianta” prevista in Piemonte per il mantenimento delle piante tartufigene costituisce un caso particolare e limite in quanto direttamente finalizzata al mantenimento del soprassuolo simbionte, tuttavia si inserisce in questo tipo di incentivazione.

Parlare di vere e proprie “aziende comari”, che come tali meritano di essere incentivate nell’attuare comportamenti utili.

Quest’ultimo strumento di tutela, di notevole importanza per l’ambiente di produzione di fondovalle del T. magnatum, strumento sino ad oggi totalmente incompreso, merita invece di essere considerato anche in ragione del cambiamento climatico in atto.

Ormai è stato rilevato l’aumento di eventi estremi (la pioggia annua è la medesima ma concentrata in eventi di notevole intensità), così come l’aumento del numero di giorni in cui non piove (siccità).

A rigor di logica si prospettano quindi almeno due cose da fare: la prima è quella di riconsiderare l’utilità di incentivare i laghetti collinari, la seconda è regimare le acque superficiali, sia dentro sia nell’intorno della tartufaia.

E’ chiaro che gli interventi di regimazione idraulica interni alla tartufaia (ripulitura dei corpi idrici, creazione di fossette di smaltimento nelle aree produttive della tartufaia facilmente soggette a ristagni) possono essere svolti esclusivamente dai privati gestori delle tartufaie o dalle Associazioni di tartufai che operano su terreni di libera cerca, ma invece una revisione straordinaria del reticolo di smaltimento delle acque superficiali dovrebbe essere incentivata, in special modo in quelle aziende che per loro collocazione potrebbero svolgere un ruolo comare per il T. magnatum. Nessuno può riportare in vita i mezzadri che uscivano di casa con il pastrano e la zappa durante il temporale per indirizzare efficacemente l’acqua piovana in eccesso, ma mi volete dire che negli anni dell’intelligenza artificiale non siamo in grado di risolvere problemi banali come questi? Vogliamo evitare il dissesto idrogeologico, salvaguardare la biodiversità e il T.magnatum? E allora bisogna gestire l’acqua! Mettere in condizioni le aziende agricole che producono nell’intorno delle pasture di bianco pregiato di rivedere la progettazione ed il funzionamento di tutto il loro reticolo di smaltimento delle acque superficiali e sotterranee, inoltre incentivare l’acquisto di una attrezzatura di base per manutenere quanto hanno revisionato porterebbe vantaggi certi per gli habitat produttivi di fondovalle. Ma non solo. C’è dell’altro.

Spesso quando sento parlare di tutela mi sembra di vedere una partita di calcio giocata tutta in difesa. Tutti sanno che raramente si vincono le partite di calcio giocando soltanto in difesa, perché risulta una strategia molto rischiosa, ed è ovvio che per vincere una partita sia necessario giocare anche all’attacco.

Nel caso del T.magnatum giocare all’attacco significa soltanto una cosa è cioè che le tartufaie di bianco non vanno soltanto conservate in modo che si rinnovino, ma vanno anche moltiplicate nello spazio disponibile: vuol dire che dobbiamo fare in modo di aumentare gli ambienti potenziali di fruttificazione del bianco pregiato almeno nei territori storicamente produttivi!

Ripristinando i reticoli idraulici ho verificato che nel giro di pochi anni proprio su questi si ricreano spontaneamente le comunità vegetali tipiche degli ambienti tartufigeni e con le dovute eterogeneità e stratificazioni. La natura è meravigliosa.

Aumentare oggi il numero di ambienti naturali di potenziale fruttificazione futura è importante, in quanto sappiamo che il T.magnatum non è un fungo competitivo, ha bisogno di tempi lunghi per affermarsi sulle comunità fungine esistenti o di luoghi favorevoli soltanto a lui.

La Regione Toscana ha avviato in questa ultima amministrazione il progetto di tutela del T.magnatum, concludendo nel 2023 il primo punto di cui abbiamo parlato con uno studio di prossima pubblicazione in grado di dare linee guida e proporre definizioni.  Tutti i lavori sono perfettibili, ma intanto si dispone di un quadro (descritto e interpretato) sul quale poter lavorare con gli strumenti di tutela, dei quali abbiamo un bisogno urgente ed estremo. Il lavoro può costituire in ogni caso un punto di riferimento per tutte le altre Regioni, dando seguito alle tante riflessioni portate avanti nell’ambito del Tavolo di Filiera e nel Piano che ne è uscito al suo termine nel 2020.