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Gare, raduni e prove di lavoro: il programma sportivo C.I.L. 2026

Il programma sportivo 2026 del C.I.L. si presenta ricco e articolato, con un calendario che attraversa gran parte del territorio nazionale e alterna raduni di razza, prove di lavoro di tipo A e B, competizioni con CACIT e appuntamenti validi per i campionati sociali e regionali.

Il calendario, precisano gli organizzatori, è ancora provvisorio e potrà subire variazioni nel corso dell’anno, ma offre già un quadro completo delle principali tappe agonistiche previste.

Un elemento fondamentale per i partecipanti riguarda la validità delle manifestazioni.
Gli eventi organizzati direttamente dal C.I.L. sono validi ai fini dei campionati sociali e regionali e i relativi risultati saranno pubblicati sui canali ufficiali del C.I.L.
Al contrario, gli eventi non organizzati dal C.I.L., pur essendo riconosciuti a livello cinofilo, non sono validi per i campionati C.I.L.: in questi casi i risultati saranno consultabili sulle piattaforme ENCI-show ed ENCI-prove.

Il programma si apre a gennaio con il tradizionale Trofeo Babini – Trofeo Zini, per poi proseguire con una serie di raduni e prove di lavoro distribuite tra Nord, Centro e Sud Italia. Spiccano appuntamenti di rilievo come le prove con CACIT, i raduni regionali e il doppio evento autunnale di Bagno di Romagna, che rappresenta uno dei momenti centrali della stagione.

Il tartufo non è un prodotto, è una cultura – editoriale

*di Pietro Guida

C’è un equivoco di fondo che accompagna il tartufo da anni, e che oggi rischia di diventare irreversibile: considerarlo solo un prodotto. Un bene alimentare di pregio, una voce di listino, un prezzo al chilo. Tutto vero, ma profondamente incompleto.
Il tartufo, prima ancora di essere merce, è cultura.

È cultura perché nasce da un equilibrio delicatissimo tra suolo, alberi, acqua, stagioni e silenzio. Non si coltiva come una pianta, non si forza come una produzione industriale. Esiste solo se il territorio è sano. Per questo è stato spesso definito una “sentinella naturale”: quando il tartufo scompare, il bosco ha già iniziato a parlare da tempo.

È cultura perché vive di gesti antichi. Il cercatore che esce all’alba, il cane addestrato con pazienza, il rispetto dei tempi, delle regole non scritte, dei confini del bosco. Non è folklore, è sapere tramandato. Un sapere che non sta nei manuali, ma nella memoria delle comunità rurali, nei racconti, nelle abitudini che si ripetono ogni anno, uguali e diverse.

È cultura perché ha un linguaggio suo. La stagione del tartufo scandisce il calendario di interi territori, orienta feste, fiere, incontri, economie locali. In molti borghi dell’Italia interna, il tartufo non è un evento: è un ritmo. Un’attesa condivisa che dà senso al tempo, che tiene insieme persone, famiglie, generazioni.

Eppure, oggi, questo patrimonio rischia di essere ridotto a immagine. A profumo artificiale, a marketing aggressivo, a consumo rapido. Il tartufo diventa attrazione turistica, slogan, brand. Nulla di sbagliato nel promuovere, ma tutto è sbagliato quando la promozione diventa consumo e il consumo diventa sfruttamento. Quando il bosco è visto come scenografia e non come organismo vivo.

Difendere il tartufo significa allora difendere molto di più di un’eccellenza gastronomica. Significa difendere un’idea di territorio, di lentezza, di limite. Significa accettare che non tutto si può produrre, replicare, accelerare. Che alcune ricchezze esistono solo se vengono rispettate.

In un tempo che misura tutto in termini di resa immediata, il tartufo ci ricorda una verità scomoda ma necessaria: ciò che ha più valore è spesso ciò che non si può controllare del tutto.
Ed è proprio per questo che va custodito.

Non come un prodotto qualsiasi, ma come ciò che è davvero: una cultura viva, fragile, profondamente italiana.

La quotazione del tartufo a fine 2025: prezzi, qualità e tendenze del mercato

Il 2025 si chiude con un mercato del tartufo che conferma gerarchie storiche, differenze di valore nette tra le specie e una crescente attenzione alla qualità, alla pezzatura e all’origine certificata. Il tartufo resta un prodotto simbolo dell’eccellenza gastronomica italiana, fortemente legato al territorio e sempre più percepito come bene raro, naturale e non replicabile.

Al vertice assoluto si colloca, ancora una volta, il Tartufo Bianco d’Alba (Tuber Magnatum Pico), raccolto esclusivamente in Piemonte nei territori delle Langhe, del Roero e del Monferrato. Non coltivabile e definito da molti come una vera “sentinella del territorio”, il Bianco d’Alba mantiene quotazioni elevate anche a fine 2025, spinte dalla domanda internazionale e dalla limitata disponibilità naturale. Il profumo intenso, la polpa chiara solcata da sottili venature e l’utilizzo rigorosamente a crudo ne fanno il tartufo più ambito dai gourmet di tutto il mondo.

Accanto al Bianco, il Tartufo Nero Pregiato (Tuber Melanosporum Vittadini) si conferma il protagonista della cucina internazionale invernale. Pur avendo un valore economico inferiore rispetto al Magnatum, resta il più pregiato tra i tartufi neri, apprezzato per la sua versatilità e per l’aroma che si esprime con forza anche dopo la cottura. Le quotazioni di fine 2025 mostrano una buona stabilità, segno di un mercato maturo e costante.

Diversa la posizione del Tartufo Nero Estivo (Tuber Aestivum Vittadini), che occupa una fascia di mercato più accessibile. Le quotazioni, più contenute, lo rendono un prodotto ampiamente utilizzato nella ristorazione e nella trasformazione, soprattutto nei mesi estivi e autunnali.

Infine, il Tartufo Bianchetto (Tuber Borchii Vittadini), pur presente nei calendari di raccolta, non registra quotazioni significative nel listino di riferimento a fine 2025, rimanendo fuori dal mercato di alta gamma.

TABELLA

Uno sguardo conclusivo

A fine 2025 il mercato del tartufo conferma una tendenza chiara: il valore cresce con la rarità, la qualità e il legame con il territorio. Il Tartufo Bianco d’Alba resta un prodotto quasi “sacro” per l’alta cucina, mentre il Nero Pregiato continua a rappresentare un equilibrio tra prestigio e utilizzo gastronomico. Il Nero Estivo consolida il suo ruolo di tartufo “democratico”, mentre il Bianchetto rimane ai margini del mercato di pregio.

Un quadro che racconta non solo prezzi, ma una cultura antica, fatta di stagioni, silenzi nei boschi e rispetto profondo per la terra.

Nel cuore dell’Oltrepò Pavese: l’arte e la responsabilità dei cercatori di tartufo della associazione ARTOP

L’Oltrepò Pavese è poco lontano da Milano, fra Piemonte (provincia di Alessandria) e Emilia Romagna (provincia di Piacenza) e a sud quasi confinante con la Liguria. Deve il suo nome al fatto di trovarsi in Lombardia a sud del fiume Po. Una terra piena di storia, dai molti castelli che ornano ancora le borgate ricche di arte, chiese e antiche pievi. Terra di pianura, dolci colline e a sud la parte montagnosa, tra cui la cima più alta del monte Lesima (1724 mt) al confine tra le province di Pavia e Piacenza.

Tra i prodotti tipici ormai affermati come: vini eccellenti, formaggi e salumi, miele, frutta, funghi, ci sono i pregiati tartufi, bianco e nero. In luoghi rimasti incontaminati è possibile trovare il prezioso “tuber”, tanto che l’Oltrepò è diventato tra i mercati più importanti a livello nazionale. Il tartufo dell’Oltrepò Pavese, più precisamente dei territori Vittadiniani, costituisce un preciso punto di riferimento nella storia e nella cultura locale. Qui l’arte del “trifulé” nella libera cerca, vanta una tradizione di secoli e ancora oggi si contano centinaia di appassionati che praticano questo sano divertimento a contatto con la natura “scortati” dall’unico e inseparabile amico a quattro zampe.

Le dolci colline che respirano le nebbie d’autunno, boschi che custodiscono segreti e radici che intrecciano la vita del tartufo con quella dell’uomo e del suo cane: l’amico inseparabile, l’eccellente compagno ed il più prezioso alleato; qui la cerca non è solo un gesto tecnico o un passatempo stagionale: è una forma di conoscenza, un patto antico di secoli tra chi cammina nel bosco e la terra che gli affida il suo dono prezioso.

Tra queste vallate nasce e si rinnova ogni giorno la passione dei cercatori di tartufo, uomini e donne che hanno fatto della discrezione, della pazienza e del rispetto dell’ambiente una regola di vita. A unirli è l’ARTOP, Associazione Ricercatori Tartufi Oltrepò Pavese, una comunità viva che difende la libera cerca, tutela la biodiversità e promuove una cultura della responsabilità ambientale.

Il territorio e la sua vocazione

L’Oltrepò Pavese è una terra di boschi e colline argillose e calcaree, dove il microclima e la biodiversità creano habitat perfetti per tutte le principali specie di tartufo classificati da Carlo Vittadini. Tra cui i più conosciuti:

  • Tuber magnatum Pico – il pregiatissimo tartufo bianco
  • Tuber melanosporum – tartufo nero pregiato
  • Tuber uncinatum e Tuber aestivum – tartufi neri scorzone
  • Tuber borchii – tartufo bianchetto
  • Tuber macrosporum – Tartufo nero liscio

Questa ricchezza naturale rende l’Oltrepò una delle zone tartufigene più complete d’Italia, dove la presenza del tartufo è strettamente legata alla tradizione dei cercatori che praticano la “libera cerca”.

Carlo Vittadini

In Oltrepò operò il famoso botanico e micologo Carlo Vittadini (1800-1865), autore della mirabile Monographia Tuberacearum (1831) con 5 tavole a colori disegnate di suo pugno, nella quale descrisse 65 specie, delle quali 51 specie completamente nuove. Fu il primo a descrivere i tartufi commestibili che oggi conosciamo, con dettagli morfologici e microscopici.

Questo è il motivo per il quale, nella maggior parte dei nomi dei tartufi, compare l’abbreviazione Vitt., dal nome del micologo e botanico italiano che diede loro una identità.

Precursore della moderna idnologia, lavorò presso l’Università di Pavia e percorse ampiamente e assiduamente i territori dell’Oltrepò Pavese, dove raccolse i funghi ipogei da lui stesso per la prima volta determinati.

Il Vittadini imparò i luoghi e i tradizionali metodi di cerca e raccolta affiancandosi alla gente della zona che vanno dalla bassa pianura dell’Oltrepò fino alle zone dell’alto Appennino Pavese.

 

Una comunità di cercatori consapevoli

L’associazione ARTOP è molto conosciuta in Lombardia e ha radici lontane. Nasce nel 1984 a Casteggio (PV) per tutelare la “libera cerca”, unire e formare chi condivide la passione e la competenza nella cerca del tartufo. Collabora con vari enti (Regione Lombardia, Amministrazione Provinciale, Comuni, Comunità Montana) per fornire consulenza, per promuovere la conoscenza e la divulgazione dei tartufi dell’Oltrepò, organizzando fiere e mostre che sono ormai diventate meta di visitatori ed acquirenti da ogni parte d’Italia, tra cui la Fiera Autunno Pavese e la Fiera del Tartufo e Miele di Casteggio (PV), che si svolge ogni anno la seconda domenica di novembre.

Si occupa di curare la preparazione e l’educazione all’ambiente, tutelare gli interessi dei soci e infondere in essi il sentimento del diritto-dovere.

Formazione, eventi, presenza sul territorio e servizi

ARTOP, inoltre, organizza ogni anno manifestazioni di cerca simulata con momenti formativi per condividere tecniche e buone pratiche; partecipa a fiere e rassegne, promuovendo il territorio e le sue eccellenze tartufigene; offre consulenza legale e supporto amministrativo; fornisce servizio ai soci per il rinnovo dei tesserini regionali. 

Il silenzio del bosco e la voce della terra

Essere tartufaio oggi significa, più che cercare un frutto raro, ascoltare la terra, capirne i ritmi e rispettarne le pause. Ogni passo nel bosco è un gesto di fiducia, ogni scavo un dialogo con la natura.

L’Associazione Ricercatori Tartufi Oltrepò Pavese rinnova questa filosofia, trasformando un sapere antico in coscienza moderna: custodire per tramandare, condividere per crescere.

Così, tra le colline e i boschi dell’Oltrepò, il profumo del tartufo racconta ancora una storia di passione, di rispetto e di amore per la nostra terra.

A tutti, buona cerca!

Dino Invernizzi – Presidente ARTOP

EDITORIALE: Il futuro scavato tra le radici

*di Pietro Guida

Tra stagioni più umide, norme da aggiornare e un mercato sempre più globale, la comunità del tartufo ha davanti a sé una scelta: difendere i boschi o accontentarsi delle quotazioni.

Siamo tornati nei boschi a mezzanotte, come sempre. I cani fiutano, il terreno respira, e il silenzio di ottobre trattiene il segreto che tutti cerchiamo. Quest’anno le piogge hanno ridato fiducia ai trifolau e ai cuori impastati di terra. Ma sarebbe troppo comodo illuderci. La stagione può anche sorridere, il listino può brillare, eppure il destino del tartufo non si misura al chilo. Si misura alla radice.
Il 2025 ci mette davanti tre verità scomode.

La prima: il clima detta il ritmo. Non basta contare i millimetri caduti a fine estate. Bisogna proteggere quel mosaico delicato che fa nascere un buon tartufo: alberi giusti, suoli vivi, micelio in pace. Le ricerche lo ripetono senza romanticismi: le nicchie ecologiche migrano, i confini si spostano. Se vogliamo continuare a chiamare “nostri” i tartufi che raccontiamo da generazioni, dobbiamo curare i boschi come si cura una madre anziana. Non a spot, ma con piani veri. Corridoi ecologici, gestione idrica, difesa dei suoli, lotta agli incendi, tutela delle tartufaie naturali e sostegno a quelle coltivate che ancora rispettano la foresta.

La seconda: le norme arrancano. La legge quadro ha garantito un’ossatura al comparto, certo, ma il mondo è cambiato. Servirebbero strumenti aggiornati su tracciabilità, contrasto ai raggiri, formazione dei cercatori, regole omogenee per la raccolta sostenibile, e un perimetro chiaro tra tutela dell’habitat e iniziativa privata. Alcune regioni hanno mosso passi pragmatici; a livello nazionale si discute di riforma. È il momento di passare dai convegni agli articoli di legge, senza ideologie. La micorriza non vota, ma decide se fruttificare.

La terza: il mercato non aspetta. Spagna, Australia e altri attori presidiano l’offerta con contro-stagionalità e investimenti tecnici. La Cina continua a rifornire il segmento d’ingresso. In questo scenario l’Italia vince solo se mette in campo ciò che nessuno può replicare: paesaggi, biodiversità, cultura gastronomica e un capitale umano unico, fatto di famiglie, cani e boschi storici. Il prezzo è un effetto; la reputazione è la causa. Difendiamo la seconda, e il primo seguirà.

Che cosa proponiamo, allora, come comunità?
Un patto di foresta. Comuni, consorzi, proprietari, associazioni di cercatori e università: adottiamo micro-piani di gestione per le aree tartufigene, con obiettivi misurabili su suolo, acqua, rinnovamento arboreo e biodiversità. I contributi pubblici devono premiare chi certifica pratiche ecologiche e trasparenza in filiera.

Una tracciabilità che racconta. QR code unici, certificazioni serie, storie verificabili dal bosco al piatto. Non marketing vuoto, ma dati accessibili che proteggano il consumatore e valorizzino chi lavora bene.

Scuole di cerca e di etica. Formazione obbligatoria, educazione al rispetto dei boschi, sanzioni per chi danneggia. Il futuro del tartufo passa anche dall’orgoglio professionale di chi lo cerca.

Turismo sobrio, bellezza intera. La festa è giusta se non consuma il luogo che la rende possibile. Eventi e fiere dovrebbero diventare laboratori di sostenibilità, non solo vetrine.

Ricerca applicata. Irrigazione di soccorso mirata nelle tartufaie coltivate, monitoraggi continui di micorrize e suolo, reti meteo locali, sperimentazione su specie ospiti e consociazioni. Scienza al servizio della tradizione.

Se non lo faremo, continueremo a rincorrere i picchi di prezzo come miraggi nel deserto. Se lo faremo, avremo ancora notti di ottobre da raccontare ai nostri figli, con la terra sotto le unghie e la gioia di un profumo che non tradisce.

Il tartufo non è un bene rifugio. È un bene di relazione: relazione tra albero e fungo, tra uomo e bosco, tra comunità e paesaggio. La nostra rivista nasce per custodire questa relazione. Quest’anno, più che mai, chiediamoci non quanto venderemo, ma che eredità lasceremo sotto la lettiera.

Il resto verrà. Come sempre, dal basso. Dalle radici.

EDITORIALE: Il Tartufaio Italiano sbarca online: una nuova stagione per la nostra rivista

di Pietro Guida

Questo numero del Tartufaio Italiano segna l’inizio di una nuova stagione. Per la prima volta nella nostra storia, la rivista si apre al mondo digitale: un passo importante, frutto della volontà di raggiungere un pubblico più ampio e di rendere la nostra voce sempre più autorevole e accessibile. La transizione al formato online non significa perdere il legame con la nostra storia e con i nostri soci, anzi. I membri della FNATI avranno una corsia preferenziale: potranno accedere in anteprima ai contenuti, interagire con la redazione, contribuire con esperienze, domande, osservazioni.

La digitalizzazione, in questo senso, non è una moda, ma una scelta strategica. Vuol dire permettere anche a chi vive in territori non serviti dalla distribuzione cartacea, o a chi cerca aggiornamenti rapidi e consultabili ovunque, di sentirsi parte di questa grande famiglia. Significa costruire uno spazio di informazione e confronto aperto, aggiornato, capace di interpretare i cambiamenti in corso nel mondo del tartufo con tempestività, passione e competenza.

Un numero ricco, tra attualità e approfondimento

Il numero che tenete tra le mani (o che scorre sotto i vostri occhi digitali) è uno dei più densi e ricchi degli ultimi anni. Al centro, lo scorzone, il tartufo estivo, che sempre più dimostra potenzialità commerciali e gastronomiche ancora da esplorare. A questo tema dedichiamo un doppio approfondimento, tra analisi di mercato e spunti creativi per la cucina professionale.

Non manca l’attualità normativa, con la presa di posizione della FNATI sul recente decreto legge che rischia di penalizzare la libera cerca e l’identità dei cavatori: “è una legge calata dall’alto” è il monito che emerge forte da queste pagine. In questa direzione si muove anche l’audizione al Senato del nostro presidente Fabio Cerretano sul DDL 1412, dove ancora una volta abbiamo chiesto che non venga compromessa la storia e la passione di chi vive il bosco da protagonista.

Dall’Abruzzo alla Puglia, la rivista esplora i territori: Pescina si fa crocevia del dibattito nazionale, mentre nel Sud si registrano nuove scoperte con ben 9 varietà autoctone di tartufo individuate tra Gargano e Salento.

Non mancano le note dolenti: il racconto della “guerra del tartufo” con l’inquietante processo per l’uccisione di 11 cani da ricerca ci ricorda quanto alta sia la posta in gioco.

Infine, uno spazio all’editoria e alla cultura: il nuovo libro di Stefano Bordoni, la conferma di Mauro Degiacomi alla guida del Centro nazionale Studi Tartufo e un focus sul Tuber magnatum e sulla necessità di tutelarlo con maggiore consapevolezza.

Questo numero è una dichiarazione d’intenti: informare, stimolare, difendere e raccontare. Ora anche online.
Buona lettura.