Il tartufo non è un prodotto, è una cultura – editoriale
*di Pietro Guida
C’è un equivoco di fondo che accompagna il tartufo da anni, e che oggi rischia di diventare irreversibile: considerarlo solo un prodotto. Un bene alimentare di pregio, una voce di listino, un prezzo al chilo. Tutto vero, ma profondamente incompleto.
Il tartufo, prima ancora di essere merce, è cultura.
È cultura perché nasce da un equilibrio delicatissimo tra suolo, alberi, acqua, stagioni e silenzio. Non si coltiva come una pianta, non si forza come una produzione industriale. Esiste solo se il territorio è sano. Per questo è stato spesso definito una “sentinella naturale”: quando il tartufo scompare, il bosco ha già iniziato a parlare da tempo.
È cultura perché vive di gesti antichi. Il cercatore che esce all’alba, il cane addestrato con pazienza, il rispetto dei tempi, delle regole non scritte, dei confini del bosco. Non è folklore, è sapere tramandato. Un sapere che non sta nei manuali, ma nella memoria delle comunità rurali, nei racconti, nelle abitudini che si ripetono ogni anno, uguali e diverse.
È cultura perché ha un linguaggio suo. La stagione del tartufo scandisce il calendario di interi territori, orienta feste, fiere, incontri, economie locali. In molti borghi dell’Italia interna, il tartufo non è un evento: è un ritmo. Un’attesa condivisa che dà senso al tempo, che tiene insieme persone, famiglie, generazioni.
Eppure, oggi, questo patrimonio rischia di essere ridotto a immagine. A profumo artificiale, a marketing aggressivo, a consumo rapido. Il tartufo diventa attrazione turistica, slogan, brand. Nulla di sbagliato nel promuovere, ma tutto è sbagliato quando la promozione diventa consumo e il consumo diventa sfruttamento. Quando il bosco è visto come scenografia e non come organismo vivo.
Difendere il tartufo significa allora difendere molto di più di un’eccellenza gastronomica. Significa difendere un’idea di territorio, di lentezza, di limite. Significa accettare che non tutto si può produrre, replicare, accelerare. Che alcune ricchezze esistono solo se vengono rispettate.
In un tempo che misura tutto in termini di resa immediata, il tartufo ci ricorda una verità scomoda ma necessaria: ciò che ha più valore è spesso ciò che non si può controllare del tutto.
Ed è proprio per questo che va custodito.
Non come un prodotto qualsiasi, ma come ciò che è davvero: una cultura viva, fragile, profondamente italiana.